martedì 25 settembre 2018


Care amiche e cari amici,

suppongo di non dovervi precisare perché ho aggiunto una bandiera europea a quella già presente nella mail. Al di là del nostro piccolo operare quotidiano di Cura e Cultura,  non ho altro modo per esprimere la mia distanza da coloro che parlano NON in nome nostro, ma ahimè invece, dicono proprio di parlare in nome nostro! E talvolta ci invitano addirittura con becera ironia a essere COMPLICI! Un linguaggio brutale si congiunge oscenamente a una stoltamente fatua incompetenza o malafede: tutto ciò mi procura nausea e disgusto, e seria preoccupazione per il mondo in cui dovrà crescere la piccola Adele. I sondaggi dicono che sei su dieci di noi si riconoscono in questa pericolosa mescolanza di bullismo e sfacciata incompetenza. Ben scarsa consolazione è sapere che questo vento di follia percorre tutta l’Europa, e non solo.

Un solo pensiero profondo mi invita tuttavia a essere paziente e a sperare: quella di Europa è stata, ed è ancora, una grande idea, grande e nobile, nata da uomini che vissero e videro con i loro occhi gli immani disastri e orrori avvenuti in quei trent’anni, dal 1914 al 1945, anni che alcuni considerarono, non a torto, una sola gigantesca guerra civile europea. Quegli uomini videro gli effetti di quella mostruosità e giurarono che non si sarebbe ripetuta perché quella terra di odi e di conflitti inenarrabili sarebbe con il tempo e la pazienza diventata una sola. Un’idea grande e nobile, questa era ed è ancora, quella di Europa. Thomas Mann scriveva nel 1954, nella prefazione a Lettere di condannati a morte della resistenza europea: “non c’è stata idea per cui gli uomini abbiano combattuto e sofferto con cuore puro, e abbiano dato la vita, che sia andata distrutta. Non c’è idea che non sia stata realizzata, a costo di contrarre tutte le macchie della realtà, ma acquistando la vita.”.

Oggi si erigono muri, quando un tempo si gioiva perché essi venivano meno. Ricordo ancora la festa, la gioia e la speranza per la fine del muro di Berlino! Oggi il terribile crollo del ponte di Genova sembra invece un sinistro avviso, un’oscura minaccia di quanto ci può accadere se ci ostiniamo in questo becero particolarismo, se perdiamo del tutto il senso del Noi Europa.  

Altri dicono meglio di me: “E parlo di amore, perché l’amore è la forza più potente che c’è … Io sono convinto che, nonostante la loro grande forza, il male e l’odio siano meno forti del bene e dell’amore, perché solo il bene e l’amore sono capaci di costruire, di dare energia positiva, di infondere vita e di durare. Non sottovaluto la forza dell’odio, ma sostengo che si tratta di una forza seconda, che può solo distruggere, mai costruire, solo abbattere, mai edificare, e che per esistere ha bisogno di indirizzarsi contro la forza primigenia e fondamentale dell’amore, l’unica che sappia costruire ed edificare. L’odio c’è, agisce, a volte vince, ma è comunque sempre secondario, parassitario, si regge sul lavoro altrui in quanto intende negarlo; l’amore invece è primario, creativo, sorgivo, non ha bisogno di nulla per esserci, nasce da sé, spontaneamente. La differenza qualitativa fra la forza dell’amore e quella dell’odio è analoga a quella tra un bambino che in riva al mare costruisce castelli di sabbia e un bambino invidioso che glieli sa solo distruggere: il primo esiste e lavora per sé, il secondo ha senso solo in funzione dell’altro” (da Il bisogno di pensare, di Vito Mancuso, Garzanti 2017 – leggetelo, per favore)

Oltre all’allegato, vi lascio anche i seguenti riferimenti sulla rete, che non ospita solo rigurgiti di odio e di violenza:


Ho firmato la petizione "Vogliamo la verità sulla morte di Stefano Cucchi, chi sa parli" e vi chiedo di aggiungere il vostro nome al seguente indirizzo  https://chn.ge/2pem6C2 , e anche a quest’altro https://chn.ge/2OE2W3A , relativo alla proposta di legge per l'ampliamento del regime della legittima difesa.

Giorgio Moschetti

giovedì 6 settembre 2018

LETTERA DI UNA PROFESSORESSA. "Intellettuali di tutto il mondo unitevi, contro la deriva pericolosa del populismo e della miseria"

E poi che la sua mano a la mia puose,
con lieto volto, ond'io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose
Pubblichiamo la lettera di una professoressa, Antonella Botti, che esprime preoccupazione per la piega odierna del dibattito politico.


Non ho vissuto l'età dei totalitarismi, l'età della morte del pensiero critico ma oggi più che mai posso considerare quanto sia pericoloso il sonno della ragione. Nell'età del ritorno dei Malvolio di montaliana memoria un semplice prendere le distanze non può bastare, non è più possibile una "fuga immobile" anzi può rappresentare una scelta immorale, un disimpegno colpevole. Oggi non è più tempo di tacere, è tempo di prendere una posizione perché ogni esitazione potrebbe mettere a rischio le grandi conquiste culturali del secondo dopoguerra. La cooperazione internazionale, la democrazia, l'integrazione, la tolleranza non possono essere valori negoziabili.

Quello che maggiormente preoccupa non è il ristretto e circoscritto disegno politico di Salvini ma la constatazione dei consensi numerosi che colleziona, non è di Di Maio che mi preoccupa e del suo serbatoio di voti "protestanti", ma la constatazione che la protesta sinistroide abbia consegnato il paese ad una destra becera e livida e che una larga fetta anche di intellettuali non si sia resa ancora conto che si è prostituita alla peggiore delle destre, non a quella progressista e europeista, ma alla destra razzista e violenta di Salvini. Ad una destra incapace di cogliere i segni del tempo, incapace di progettare un mondo di uomini in grado di vivere insieme pacificamente nella consapevolezza che ogni vero progresso raggiunge la sua pienezza col contributo di molti e con l'inclusione di tutti, seguendo l'insegnamento terenziano alla base della nostra cultura occidentale: "Homo sum humani nihil a me alienum puto".

Appartengo al mondo della formazione, sto, pertanto, in trincea a contatto con una generazione vivace, intelligente, elettronica e "veloce" che "vivendo in burrasca" rischia di precipitare nel baratro dell'indifferenza o, nella peggiore delle ipotesi, dell'intolleranza, dell'aggressività pericolosa e ignorante.

Questi stessi giovani, invece, meritano di essere salvati, meritano una cultura in grado di coniugare pathos e logos, una cultura che percepisca l'uomo come fine e non come mezzo, che consideri l'"altro da sé" una risorsa importante giammai una minaccia.

Nell'età delle interconnessioni non c'è niente di più assurdamente anacronistico dei muri e dei silenzi colpevoli. È solo nelle DIVERSITÀ che si può cogliere il vero senso della BELLEZZA e l'essenza di un impegno costruttivo che non è mai discriminante ma sempre inclusivo, totalizzante e interdipendente.

Non è neanche questione di destra o di sinistra, di rosso o nero ma il problema è, soprattutto, di carattere culturale. La vera emergenza è quella di costruire un argine contro ogni forma di populismo, contro la xenofobia, contro i nuovi razzismi in nome di una società civile che riparta dall'UOMO, non prima dall'uomo Italiano, né come in passato prima dall'uomo della Padania, ma dall'UOMO in quanto umanità. È necessario che in ogni campo sia politico che economico, culturale e sociale non si perda mai di vista l'uomo, la sua dignità, il suo inestimabile valore e, al di là di ogni faglia e filo spinato, lo si consideri il fine ultimo di ogni progetto.

INTELLETTUALI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI, c'è molto da fare, a partire dalla formazione scolastica. Se uniti si costituirà una forza inarrestabile, la forza della cultura, la sola che possa costituire un argine autentico contro la deriva pericolosa del populismo e della miseria, principalmente di quella della mente e dello spirito.

https://www.huffingtonpost.it/2018/09/05/lettera-di-una-professoressa-intellettuali-di-tutto-il-mondo-unitevi-contro-la-deriva-pericolosa-del-populismo-e-della-miseria_a_23517315/?utm_hp_ref=it-homepage&ncid=fcbklnkithpmg00000001

mercoledì 20 giugno 2018

MUSICA E ARCHITETTURA

E poi che la sua mano a la mia puose,
con lieto volto, ond'io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose


Care amiche e cari amici,

Mi fa molto piacere, soprattutto in questi brutti giorni della “pacchia” e delle “crociere”, proporvi le parole di un italiano di cui invece possiamo tutti sentirci orgogliosi. Scrive Renzo Piano: “Potrei parlare di musica per giornate intere. È il mio grande sogno, avrei sempre voluto essere un musicista. Salvatore Accardo lo sa benissimo: siamo amici fraterni, ed è anche il padrino di Giorgio, il mio ultimo figlio. Mi disse: «Sì, sarò volentieri il padrino, ma tu promettimi di fargli ascoltare musica ogni giorno, per cinque minuti. Buona musica, non importa quale. Ma buona musica …». Così facemmo. E nostro figlio è diventato musicista. Parliamo volentieri di musica, parliamo di amicizia, di storia familiare … E di architettura. La musica è, tra le arti, la più leggera; l’architettura forse è la più pesante. La musica è leggera perché è fatta di note che si muovono, spariscono nell’aria. L’architettura invece è un battersi continuamente contro la forza di gravità. Eppure c’è una specie di invidia reciproca fra il musicista e il costruttore: una buona invidia, naturalmente.
La musica ha il suo linguaggio, ovviamente, come l’architettura, la narrativa, la pittura, il cinema. Ma tutte queste arti condividono la stessa ansia, le stesse attese, lo stesso fissare il buio con insistenza finché non si riesce a captare qualcosa, per scrivere, comporre, progettare, creare. Le connessioni con la musica sono tante. Si parte da un’ispirazione, che affonda nella realtà. E poi si crea, secondo connessioni fra la realtà stessa  e l’immaginazione, tra la forza della necessità e la poesia. La migliore architettura è quella che si aggancia molto alla realtà. Anche la musica, a suo modo.
C’era però un elemento fondamentale, che intuimmo tutti subito: non solo noi progettisti, ma anche i committenti, le persone della Pirelli (senza un buon cliente non si va da nessuna parte). Era l’idea di bellezza. Sì, la bellezza, una parola un po’ in disuso, velata da un’aura romantica, tanto che a pronunciarla ci vergogniamo quasi un po’. Ma la bellezza, quando non è cosmesi o apparenza superficiale, è un valore straordinario. E la bellezza passa anche attraverso i 400 alberi di ciliegio che attorniano la «Spina», attraverso uno spazio fatto di luce, di trasparenza, di continuità. (estratto da Costruire è condividere i valori, di Renzo Piano, la Domenica del Sole24 ore, 20 maggio 2018)

La «Spina» cui accenna Renzo Piano è una sua recentissima realizzazione nello stabilimento digitale Pirelli di Settimo Torinese.
Possiamo – osiamo! – chiosare le sempre belle parole di Renzo Piano aggiungendo che se, come lui dice, l’architettura è un battersi continuo contro la forza di gravità, con lei, con la forza di gravità la musica vive un dialogo continuo, che si canti o si suoni qualsiasi strumento. Chi fa musica sa che è fondamentale la capacità di alternare dolcemente in continuazione tensione e rilassamento: in questo consiste il dialogo con la forza di gravità, in un fiducioso abbandonarci dolcemente a lei, nelle sue braccia, per subito rialzarci e disegnare la nostra presenza in una piccola parziale vittoria su di lei, subito pronti però a lasciarci nuovamente accogliere dal suo abbraccio, da cui ci risolleveremo nuovamente sorridendo e così via.
Così è stato quando Dolce Mente si è prodotto in concerto, ci pare felicemente, ad Agliè nella chiesa di Santa Marta il 19 maggio scorso. Il concerto avrebbe dovuto tenersi nel bellissimo giardino di quella che fu la casa di Guido Gozzano, il Meleto, così ricca di memorie e di poesia. Ma il maltempo ha disposto diversamente e Dolce Mente ha dialogato con la forza di gravità nella bella chiesa di Santa Marta, grazie anche all’impegno di Monica Ramazzina, organizzatrice dell’evento.


In occasione della prossima dichiarazione dei redditi, vi ricordo la possibilità di destinare a Cura e Cultura il vostro 5 x1000. È sufficiente indicare il codice fiscale dell’associazione: 93032700010. L’avete fatto dal 2015 e finalmente quest’anno abbiamo potuto avere diretta testimonianza della vostra generosità, della quale vi ringraziamo con calore e affetto. 



Giorgio Moschetti

venerdì 9 giugno 2017

EUROPA FERITA

E poi che la sua mano a la mia puose,
con lieto volto, ond'io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose

Care amiche e cari amici,
abbiamo anteposto al simbolo di Cura e Cultura la bandiera dell’Europa. Le elezioni presidenziali francesi – che emozione, la lunga camminata di Emmanuel Macron al suono dell’Inno alla gioia – quelle olandesi e prima ancora quelle presidenziali austriache sono state tutte segnali incoraggianti di un cambio di vento e di futuro per la nostra Europa. Queste settimane invece, dovrei dire questi giorni dal momento che gli attentati stanno diventando quasi quotidiani, sono scandite da orrori a ripetizione.

Qualcuno ha scritto che l’Europa, in quelli che mi viene da chiamare dolori del parto, sta dando un bell’esempio di resilienza, di capacità di resistere a traumi ripetuti senza perdere sé stessa, anzi diventando ancor più sé stessa, come luogo al mondo nel quale è più bello vivere e crescere come esseri umani, perché l’umano vi è rispettato. La prova è dura, lunga e dura: l’odio è contagioso e chi ci uccide vuole soprattutto che noi diventiamo come lui, che gli rispondiamo con lo stesso odio. E questo è proprio il pericolo peggiore che l’Europa deve sventare. Perché Europa, se vuole essere sé stessa, deve con Yeats saper cantare più forte ad ogni strappo della sua veste mortale, deve saper rispondere all’odio con il canto e con la gioia, deve saper celebrare l’umano, saper vincere sull’odio con rispetto e con amore per l’umano.

Vedo esempi di resilienza:

-) nella lettera che Antoine Leiris scrisse ai terroristi cinque giorni dopo la strage del Bataclan. So che ve l’ho già inviata, ma non perdiamo occasione per rileggerla:

‹‹Venerdì sera avete rubato la vita di un essere eccezionale, l'amore della mia vita, la madre di mio figlio, eppure non avrete il mio odio. Non so chi siete e non voglio saperlo. Voi siete anime morte. Se questo Dio per il quale ciecamente uccidete ci ha fatto a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore. Perciò non vi farò il regalo di odiarvi. Sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Voi vorreste che io avessi paura, che guardassi i miei concittadini con diffidenza, che sacrificassi la mia libertà per la sicurezza. Ma la vostra è una battaglia persa. 
L'ho vista stamattina. Finalmente, dopo notti e giorni d'attesa. Era bella come quando è uscita venerdì sera, bella come quando mi innamorai perdutamente di lei più di dodici anni fa. Ovviamente sono devastato dal dolore, vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di corta durata. So che lei accompagnerà i nostri giorni e che ci ritroveremo in quel paradiso di anime libere nel quale voi non entrerete mai. Siamo rimasti in due, mio figlio e io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil che si risveglia dal suo pisolino. Ha appena 17 mesi e farà merenda come ogni giorno, e poi giocheremo come ogni giorno, e per tutta la sua vita questo bambino vi farà l'affronto di essere libero e felice. Perché no, voi non avrete mai nemmeno il suo odio››.

-) nelle parole con le quali il poliziotto Etienne Cardiles commemora il suo collega e compagno Xavier Jugelé ucciso nell’attentato ai Champs-Elysées a Parigi il 20 aprile scorso‹‹Quest’odio non ti somiglia, resterai nel mio cuore per sempre. Ti amo››  

-) nelle case di quanti, dal Bataclan, a Nizza … a Manchester, a Londra, nei momenti dell’orrore le aprirono, le loro case – erano gente comune – per accogliere i passanti in pericolo, sconosciuti ma non più estranei.

Di fronte alle ferite dell’orrore, il tessuto sociale ferito si rinserra solidale. A chi mi chiede aiuto per sopportare tanto orrore, a chi mi chiede che senso abbia tutto ciò, rispondo che questo orrore ha il senso che noi riusciamo a dargli. E che senso possiamo dargli? Non basta dire che dobbiamo continuare la nostra vita di prima senza lasciarci impaurire e senza permettere al terrore di cambiare le nostre abitudini. Non basta, perché è giusto ma insufficiente. Invece qualcosa deve cambiare, simili orrori non possono lasciare le cose come stanno. Noi dobbiamo rispondere vivendo molto più sul serio e con maggiore profondità e pienezza rispetto a prima, credendo assai di più e assai più sul serio nei nostri valori, lo dobbiamo per onorare quanti sono caduti. Dobbiamo onorarli con il nostro vivere, non dobbiamo più vivere soltanto la nostra vita, ma anche la loro che è stata così orribilmente tolta. Sta a noi rispondere a questo odio per la vita con la gioia della vita, amandola più che mai, la vita, vivendola ancora più pienamente e consapevolmente. Per loro, che sono caduti. E se questo faremo, non sarà stata vana la loro morte.

Poi, lasciateci nel nostro piccolo, cantare nonostante l’orrore, cantare più forte ad ogni strappo della nostra veste mortale, con un piccolo tour nel tempo e nello spazio: Urbino nel 1507, Mantova nel 1607, Londra pochi anni prima.

Ecco una delle cinquanta Stanze di Pietro Bembo, nate nel 1507, dettate ­– come scrive il poeta stesso – in brevissimo spatio fra danze et conviti, ne’ romori et discorrimenti della corte di Urbino, in cui il trentaseienne Pietro era giunto da Venezia. (dalla Domenica de ilSole24ore, 7 maggio 2017) 

Amor è gratïosa et dolce voglia,
che i più selvaggi et più feroci affrena;
Amor d’ogni viltà l’anime spoglia
et le scorge a diletto e trahe di pena; 
Amor le cose humili ir alto invoglia,
le brevi et fosche eterna e rasserena;
Amor è seme d’ogni ben fecondo,
et quel ch’informa et regge et serva il mondo.

Proprio 100 anni dopo, il 24 febbraio 1607, la Musica si presenta agli spettatori nel Palazzo Ducale di Mantova, durante la prima esecuzione de L’Orfeo, favola in musica di Claudio Monteverdi su libretto di Alessandro Striggio:  

Io la Musica son, ch’ai dolci accenti
so far tranquillo ogni turbato core,
ed or di nobil ira ed or d’amore 
poss’infiammar le più gelate menti. 

E così Orsino, duca di Illiria, apre la prima scena de La dodicesima notte, scritta da William Shakespeare pochi anni prima: 

Oh, la musica, sì! 
S’è vero ch’essa è cibo dell’amore,
somministratemene ancora tanto, 
che la mia fame alfine d’esso sazia, 
possa ammalarsene, fino morire! 
Di nuovo quella melodia! Ancora! 
Aveva una sì languida cadenza, 
che mi sentivo come carezzare l’orecchio da un soave venticello
che alitando su un prato di violette
ne rubi e ne diffonda la fragranza… 

E concludiamo con una grande voce dei nostri tempi sciagurati: il 26 aprile 2017 Renzo Piano ha inaugurato il Lenfest Center for the Arts, la scuola d’arte della Columbia University, il secondo edificio del nuovo campus su Broadway e la 125” Street a Harlem, periferia nord di Manhattan. Il primo edificio, già in funzione, è il laboratorio di neuroscienze “Mind, Brain and Behavior”. Alla sera del 26 aprile c’è stata una grande festa per gli studenti e i loro professori. Renzo Piano al mattino ha chiuso il discorso di inaugurazione con queste parole:

Stasera con i ragazzi parlerò di bellezza. Perché la bellezza non è solo quella dell’arte consolidata: è emozione, ricerca, conoscenza, scoperta. 
E poi perché la bellezza è anche un gesto politico. 
Dà forza ai desideri ed è una delle poche emozioni umane capaci di competere con quelle, ben più pericolose, del denaro, del potere e della conquista.” (dalla Domenica de ilSole24ore, 30 aprile 2017)

Un caro saluto a tutte e a tutti, Giorgio Moschetti

domenica 5 marzo 2017

CONCERTO 12 MARZO 2017

Il gruppo polifonico Dolce Mente di Cura e Cultura 
vi invita il 
12 marzo 2017  ore 17.00
presso la Chiesa di san Grato a Ivrea
ad ascoltare musiche di 
Mozart, Beethoven, Marcello, Monteverdi e Brahms
L'evento è stato organizzato dall'Associazione Cura e Cultura (www.curaecultura.com), 

VI ASPETTIAMO NUMEROSI!!!

giovedì 9 febbraio 2017

THOMAS MANN, ETTY HILLESUM E LUDWIG VAN BEETHOVEN



E poi che la sua mano a la mia puose,
con lieto volto, ond'io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose
Care amiche e cari amici,
eccomi nuovamente a voi con gli aggiornamenti di Cura e Cultura, ancora un po’ rari rispetto a una volta, ma con la speranza e quasi la convinzione che forse potranno tornare a essere assidui come un tempo. Mi fa piacere offrirvi due passi che mi hanno recentemente molto colpito. Il primo è tratto dalla tetralogia Giuseppe e i suoi fratelli di Thomas Mann, in particolare dal primo volume Le storie di Giacobbe, scritto fra il 1926 e il 1930. Si riferisce a Giacobbe, che sarà depredato e umiliato da Elifaz, il figlio di Esaù:

Quell’anima, infatti, era debole e paurosa: aborriva dal commettere violenza, tremava al pensiero di subirla, ed era piena di ricordi avvilenti e umilianti per un orgoglio virile; essi però non diminuivano né la sua dignità né la sua solennità, perché sempre, regolarmente, in tali situazioni di umiliazione fisica, un raggio, un’effusione spirituale, una rivelazione della grazia, potentemente consolatrice, la investiva confermandola ancora una volta, e in virtù di questa rivelazione, poiché se l’era creata e conquistata da sé, traendola dalle profondità non umiliate del suo essere, quell’anima poteva, con pieno diritto, elevare il capo.

Il secondo passo proviene dal Diario di Etty Hillesum. Le parole del grande tedesco, cui venne assegnato il premio Nobel nel 1929, proprio durante la stesura di Le storie di Giacobbe, mi hanno ricordato questa giovane donna ebrea di 28 anni, che così scrive nel suo diario, a mezzanotte e mezza della notte fra sabato e domenica 21 giugno 1942:

Per umiliare qualcuno si deve essere in due: colui che umilia, e colui che è umiliato e soprattutto: che si lascia umiliare.
Se manca il secondo, e cioè se la parte passiva è immune da ogni umiliazione, questa evapora nell’aria.

Circa un mese dopo questa annotazione, Etty decise di sua spontanea volontà di andare a Westerbork con gli ebrei prigionieri. Westerbork era un campo di smistamento nella zona orientale dei Paesi Bassi. Non era un campo di sterminio, ma di fatto era l’ultima tappa prima di Auschwitz. Sappiamo che rimase a Westerbork fino al 7 settembre 1943, quando, con il padre, la madre e uno dei suoi fratelli, Mischa, furono caricati sul treno dei deportati. Da un finestrino di quel treno gettò una cartolina che fu raccolta e spedita dai contadini: “Abbiamo lasciato il campo cantando”. Un rapporto della Croce Rossa afferma che Etty morì ad Auschwitz il 30 novembre 1943.

Consentitemi ancora di accostare queste due citazioni a quello che mi sembra il senso più profondo di tutta l’opera di Ludwig van Beethoven. Come emblematico corrispettivo musicale di questi passi, vi suggerisco il terzo movimento della Sonata in la bemolle maggiore op. 110: Adagio ma non troppo – Fuga. Allegro, ma non troppo. Questa musica dimostra in modo lampante che il significato della musica non tanto chiede di essere decifrato, come comunemente si pensa, ma chiede, o forse implora, di essere vissuto.

Giorgio Moschetti

mercoledì 21 settembre 2016

SEMINARI CURA E CULTURA

E poi che la sua mano a la mia puose,
con lieto volto, ond'io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose
Come sapete, Cura e Cultura si fa ponte fra la bellezza della grande musica e chi, soffrendo profondamente il male di vivere, più di ogni altro ha disperato bisogno di amore e bellezza. Per cinque anni ci siamo rivolti alla fruizione di quel grande catalogo dell’animo umano che è l’opera. Una convenzione con il Teatro alla Scala di Milano ci ha consentito di offrire gratuitamente ogni anno, ai nostri amici in sofferenza, uno o due spettacoli, la maggior parte dei quali preparati dei nostri seminari introduttivi.
 
Ogni opera nasce da una storia, condensata in un libretto. La musica è al servizio della parola, ne libera tutti i significati amplificandone la musicalità latente, ne combina il ritmo interno con la particolare espressività dei vari intervalli della scala, sagomando così la parola nelle due dimensioni del tempo e delle altezze. Impensabile l’opera senza musica, ma la parola sta sempre al centro.
 
Ora ci proponiamo di avvicinare la musica da sola, non più a corredo di un dramma. Riprenderemo l’anno prossimo la nostra esplorazione del panorama operistico. In questo autunno invece nostro obiettivo sarà la musica, soltanto la musica. La parola nei Seminari ci aiuterà a prepararci per accoglierla in modo che possa esplicare tutto il suo benefico potere. Ci farà da guida l’ultima sinfonia di Gustav Mahler, la sua Nona in re maggiore, scritta nel 1909, nell’indimenticabile registrazione dell’agosto 2010, con Claudio Abbado alla direzione dell’Orchestra del Festival di Lucerna.
 
Ci introdurranno all’ultima sinfonia di Gustav Mahler tre Seminari, nelle seguenti date:
 
23 ottobre 2016: 1° Seminario, il primo movimento della Sinfonia n. 9 di Gustav Mahler. Ore 14 – 17,    
 
6 novembre 2016: 2° Seminario, il secondo e il terzo movimento della Sinfonia n. 9 di Gustav Mahler. Ore 14 – 17,
 
4 dicembre 2016: 3° Seminario, il quarto movimento della Sinfonia n. 9 di Gustav Mahler e ascolto integrale della sinfonia. Ore 14 – 18.
 
I tre Seminari si svolgeranno tutti, per la gentile disponibilità della famiglia Iorio, a Casa Iorio, corso Vercelli 258, Ivrea.  
 
Costo dei tre Seminari: euro 70,00 iva inclusa. 
Quota di iscrizione a Cura e Cultura per l’anno 2016: euro 50.
 
Per ulteriori informazioni potete contattare il numero 0125/76680.
 
Un caro saluto a voi tutti. 

Giorgio Moschetti