mercoledì 28 maggio 2014

IL TUO STILE DI VITA E' IMPORTANTE PERCHE' E' IL TUO

E poi che la sua mano a la mia puose,
con lieto volto, ond'io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose.
Prendere atto del tuo divenire psichico, riuscire ad accorgersi che è la fonte del tuo modo di abitare casa tua, di cenare alla sera con i tuoi amici, di riordinare le stoviglie e le stanze il giorno dopo nel silenzio della domenica mattina... Abu Kasem doveva imparare a cambiarsi le babbucce più spesso, doveva imparare ad accettare positivamente quello
scorrere della vita dentro di sé, quel divenire psichico grazie al quale tu – questo voglio dirti oggi, lettore paziente e affezionato – tu sei unico al mondo! Non ci badiamo mai, ma ognuno di noi è un esemplare unico, firmato. Assai prima di illuderci di valere di più grazie ai vestiti griffati, lo siamo già, firmati, con timbro di autenticità: pensa alle impronte digitali, pensa alla tua voce, al tuo dna. Tante volte non ci sentiamo unici, ma lo siamo comunque! Perché vedi, tu solo al mondo, in tutta la storia dell'umanità, tu solo, e nessun altro, ma proprio nessun altro, tu solo hai occupato la minuscola casellina spazio temporale del luogo e della data della tua nascita. Nessuno mai nella storia dell'umanità finora, e nessuno mai in futuro potrà accedere a quel particolarissimo modo di vedere il mondo che hai occupato tu quel giorno a quell'ora, quando tua madre tirò un respiro di sollievo e smise di soffrire.

Ti chiederai: perché tutta questa tirata sul dove e sul quando venisti al mondo – luogo e data di nascita? Perché da quella casellina prende il via il tuo stile di vita, tu cominci a fare quello che – è vero – fanno tutti, ma nessun altro in tutta la storia dell'umanità l'ha fatto e lo farà mai come lo farai tu. Avrai visitato dei reparti di maternità, no? Avrai visto come i neonati siano tutti quasi uguali appena nati. Ci si sbaglia facilmente dietro il vetro della nursery, ah il tuo è quello, non questo che stai salutando. E avrai pure notato che nel giro di poche ore le mossette del tuo cominciavi a riconoscerle subito, tanto erano irresistibilmente diverse da quelle del vicino, il modo di stirare le braccine, di toccarsi il viso, di aprire la boccuccia. Tutto subito rivelava uno stile particolare, il suo – c'era già, ed era nato poche ore prima! – inconfondibile, quello che avresti ritrovato, quelle mosse e quello stile, venti anni dopo nel ragazzone che ti girava per casa.

Prendiamola da un'altra parte: da bambino, a maggior ragione se avevi dei fratellini, capitava che mamma o i nonni si sbagliassero e ti chiamassero con il nome di un fratellino. Eri piccolo e sapevi ben poco di te e del mondo, ma una cosa la sapevi di sicuro: che il tuo nome era il tuo, che quando veniva pronunciato eri tu quello che rispondeva e lo sbaglio innocente della mamma stanca o dei nonni dentro ti offendeva sempre un poco. Lasciamela dire un po' più complicata: da subito, da prestissimo, da quando tu ricordi e forse anche da prima, nel tuo divenire psichico, caro lettore, è sempre brillata un’istanza di unicità che chiedeva di essere vissuta, che sembrava quasi già presente prima di essere vissuta, e che chiedeva, pretendeva a tutti i costi di essere riconosciuta dagli altri. E guai nel tuo piccolo se i grandi non ci facevano attenzione.
Sono io, ti sei accorto, accidenti, che sono io?
Questa istanza accompagna tutta la tua vita, forse è lei a spingerla avanti, inesorabilmente: le hai sempre obbedito – guai se non lo facevi – e senza pensarci tanto hai sviluppato poco alla volta, hai perfezionato il tuo stile di vita, che è poi il modo di vivere che meglio ti consente di fare le cose che hai da fare su questo mondo. Lo stile di vita è tuo come la tua firma, come le tue impronte digitali, è assolutamente unico al mondo e proprio per questo è pieno di valore: nessuno, ma proprio nessun altro può vedere le cose come le vedi tu da quella casellina in cui ti sei insediato tanto tempo fa! Ti rendi conto? Solo tu puoi comunicare agli altri quello che del mondo si vede da quella prospettiva! E lo fai vivendo come vivi, con il tuo modo, con il tuo stile.

Ma te ne dimentichi, tutti noi fatichiamo a ricordarcelo. Siamo proprio fatti strani: facciamo tanta attenzione alle cose più complicate e ignoriamo quelle elementari. Le quali, non perché sono così elementari, sono meno vere e basilari. Il nostro stile di vita ci sta addosso come le pareti di casa nostra e come quelle ci è talmente abituale che non lo vediamo più. Solo che se lo ignoriamo, non ci accorgiamo di quanti tesori contiene, così come peraltro casa nostra.
Per tante ragioni non gli diamo importanza. Te ne dico un'altra, stammi a sentire: certo da una parte è seducente sapere che ho qualcosa che nessun altro ha mai avuto e mai avrà. Il mercato lo sa, e ci spinge a personalizzarci comperando cose che avremo in esclusiva, solo noi ovviamente insieme a moltissimi altri, per la gioia del fatturato. Ma così facendo perdiamo proprio quello che cerchiamo. Perché nessuno meglio di te ha a portata di mano la tua originalità, purché tu non la dimentichi, nessun pubblicitario meglio di te può sapere in cosa sei unico e irripetibile. Se cadi nell'illusione di personalizzarti con i beni di consumo, ti irreggimenti con infiniti altri e ti allontani un po' dalla tua unicità. Aumenti il fatturato delle aziende ma sei un po' più lontano da te stesso e ti accorgi di meno del tuo valore reale.
Il mercato poi sfrutta un altro piccolo fenomeno psicologico: essere unico al mondo, irripetibile, farlo notare è certo desiderio irresistibile, così quell'istanza di unicità così forte viene placata, bene. Ma ha sempre un risvolto un po' conturbante, espone a una certa vertigine. Espone al brivido della solitudine, solitudine che è l'altra faccia dell'unicità. Più sono unico, più sono solo, anche questo è abbastanza ovvio. Ma il mercato ti offre trionfante la luna nel pozzo, la botte piena e la moglie ubriaca: compra, sarai unico, come tutti gli altri, così non devi neppure patire la solitudine!
Ma il tuo compito su questo benedetto mondo è essere te stesso. Solo se tu sei tu, se vivi e indossi il tuo stile di vita come il più comodo abito possibile, solo così riesci anche a vedere l'altro per quello che è, riesci a vedere il suo stile. Anzi ti dirò di più, se tu riesci ad accorgerti e a rallegrarti della tua intima originalità, il tuo sguardo aiuterà anche l'altro a ritrovare la sua e con essa il proprio stile di vita. Se il tuo sguardo vede soltanto la conformità, la griffe del maglione firmato dell'altro, è cieco al tuo amico, ne ignora e nega la presenza.

Cos'è il tuo stile di vita? L'insieme delle tue abitudini quotidiane, il tuo modo di abitare casa tua e di ospitarvi gli amici, il tuo modo di parlare, le cose che ami fare ... il tuo modo di illuminare le giornate con la bellezza. È importante tutto questo, è un tesoro di cui puoi godere tu e donare a quanti ti circondano.

Il tuo stile di vita è importante perché è il tuo! Dell’essere tu, di te lettore, che stai leggendo queste righe, ce n’è proprio solo uno al mondo. Non dimenticarlo.

Giorgio Moschetti e Andrea Montagnini

mercoledì 14 maggio 2014

LA FIABA DELLE BABBUCCE DI ABU KASEM

E poi che la sua mano a la mia puose,
con lieto volto, ond'io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose.

I mutamenti illuminano il passato e spiegano il futuro. Essi mostrano ciò che è nascosto 
e dischiudono ciò che è oscuro. 
I Ching

La fiaba delle babbucce di Abu Kasem mi fa da tempo riflettere. Credo sappia mettere in evidenza una delle maggiori difficoltà del nostro tempo e indicare la via che è in grado di restituire significato umano al mondo minacciato dal Male. In un momento collettivo di grande difficoltà bisogna ripensare il mondo con nuova attenzione al dialogo e alla solidarietà, intraprendendo la via del Mutamento. Nel percorrere questa via un prezioso aiuto ci è offerto dalle fiabe, che, come dichiara M.L. von Franz, offrono “un modello vitale incoraggiante, che agisce dall’inconscio riportando alla memoria tutte le possibilità positive della vita” (von Franz,1969 p.57). Le fiabe sanno andare “al di là delle differenze culturali e razziali. Il linguaggio della fiaba sembra essere il linguaggio internazionale di tutta l’umanità, di tutte le età e di tutte le razze e le civiltà” (von Franz, 1969 p.14). Il protagonista della nostra fiaba è il tipo più frequente da incontrare nella vita di ogni giorno – non solo nella Bagdad medievale – e per questo ritengo possa essere un modello operante anche per noi. Ma veniamo alla fiaba, poiché, come Jung afferma, è la fiaba la migliore spiegazione di una fiaba, dato che il suo significato è racchiuso nella totalità dei motivi connessi con la trama del racconto.

A Bagdad viveva Abu Kasem , un commerciante noto per la sua grande ricchezza e per quelle sue babbucce vecchie e logore che portava immancabilmente ai piedi, segno tangibile della sua avarizia. Un giorno, concluso un fortunato affare – aveva acquistato a poco prezzo da un mercante fallito una partita di ampolle preziose e una di essenza di rose – volle festeggiare andando ai bagni pubblici. Le sue babbucce sparirono nel vestibolo, al loro posto ne comparvero altre due che Abu Kasem indossò senza remore, pensando fosse il regalo di qualcuno. Quelle babbucce appartenevano al Cadì di Bagdad, anche lui ospite dei bagni, che fece imprigionare Abu Kasem, trovato con le mani nel sacco, anzi, con i piedi nelle babbucce nuove di zecca. E così le vecchie calzature tornarono ad Abu Kasem, dopo che egli ebbe pagato a caro prezzo la sua libertà. Adirato gettò allora le babbucce nel Tigri, ma esse furono pescate pochi giorni dopo da dei pescatori, rovinando le loro reti; questi, furibondi e delusi le scagliarono dentro una finestra aperta, la finestra dell’abitazione di Abu Kasem. Le babbucce atterrarono proprio sulla tavola dove erano state disposte le preziose ampolle riempite d’essenza profumata, mandandole in frantumi. Imprecando disperato, Abu Kasem decise di disfarsi di quelle maledette babbucce e pensò di sotterrarle nel suo giardino. Un vicino invidioso lo vide scavare e lo denunciò, poiché sia il terreno sia le cose che vi erano nascoste appartenevano al Califfo. Accusato e ritenuto colpevole, Abu Kasem dovette pagare un’ammenda, e si ritrovò nuovamente con le sue babbucce e il pensiero di liberarsene al più presto. Le buttò in uno stagno lontano, ma quello era la riserva d’acqua della città e le babbucce ne ostruirono il condotto. Vennero riconosciute come le logore babbucce di Abu Kasem e questo si ritrovò nuovamente in prigione e a pagare un’ammenda più gravosa delle precedenti. Dopo altre sventure, sentendosi un uomo finito, Abu Kasem supplicò il Cadì di non essere più ritenuto responsabile dei danni che le sue babbucce gli avrebbero continuato a creare. Il Cadì accettò la sua supplica e Abu Kasem imparò a caro prezzo quali danni possa procurare il non volersi cambiare abbastanza spesso le babbucce.

Come mostra il racconto, Abu Kasem è posseduto dal vizio della ricchezza-avarizia. Le babbucce costituiscono il suo tesoro, anche quando gli combineranno tanti guai. Sono l’immagine concreta della sua personalità conscia – la gente della città lo conosce come il ricco commerciante dalle vecchie, rattoppate e logore babbucce – e rappresentano gli impulsi del suo inconscio carico di desideri e di voglia di successo – è talmente legato alle sue calzature che queste, anche quando egli sembra volersene liberare, agendo autonomamente, ritornano procurandogli molti guai. È Abu Kasem stesso che combina a sé un’infinità di guai che iniziano dopo aver concluso un affare, l’acquisto di ampolle di cristallo e di essenza di rose. Viste simbolicamente, le ampolle potrebbero essere lo strumento dell’alchimista. Il cristallo è un materiale prezioso, simbolo di limpidezza e di purezza, è simbolo della saggezza e dei poteri misteriosi accordati all’uomo. La rosa rappresenta simbolicamente la coppa della vita, l’anima, il cuore e l’amore e designa una perfezione assoluta, la si può contemplare come un mandala e considerare come un centro mistico. Ma Abu Kasem considera l’affare solo per il suo valore economico e per il piacere che esso procura alla sua passione. Si gonfia, si sente forte e potente. Festeggia andando al bagno turco e lì accade la prima sventura a cui ne seguono altre. Egli, sempre più disperato, non si accorge che è la passione, che ancora lo tiene catturato in modo ossessivo, che gli fa incontrare quelle persone che sono funzionali ad accrescere il suo vizio, la sua sofferenza. È solo lui il responsabile della sua tragedia. Abu Kasem vive la mortificazione di trascinarsi qualcosa che lo imprigiona e lo distrugge, perché non sa come liberarsene. Nel suo agire non ha ascoltato la sua voce interiore. Si è lasciato trascinare dalla sua Ombra. Non è forse questa la condizione in cui si trova chi non riesce a crescere, a mutare, a diventare donna o uomo soddisfatti della propria età? Credo di sì e credo che ci si debba cambiare le scarpe più spesso. Non sarà semplice, per chi, invece di cambiarle, le ha troppe volte rattoppate e ha perso il contatto con la forza dell’anima. Eppure la via c’è ed è sempre possibile ritrovarla.

Abu Kasem, distrutto e senza denaro, ma ancora inseguito dalle logore babbucce che non lo vogliono lasciare, si rivolge al Cadì e lo supplica di non ritenerlo più responsabile dei danni che esse avrebbero continuato a creare. Il Cadì accetta e per Abu Kasem si accende una nuova luce: comprende che tutti i guai nei quali è incappato sono nati dal non aver cambiato spesso le babbucce. Incomincia a patire per la sconfitta e attraverso il dolore e la sofferenza si dispone a ricercare la via del Mutamento. Dai sogni e dalle intuizioni potrà ricevere i messaggi per un’esperienza più profonda e, deo concedente, scoprire il Mistero della sua vita, così che le ampolle di cristallo con l’essenza di rose possano trasformarsi in lui e diventare messaggio di trasparenza, saggezza e amore.

Andrea Montagnini

mercoledì 7 maggio 2014

DEL PRENDERSI CURA

E poi che la sua mano a la mia puose,
con lieto volto, ond'io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose.
Riprendiamo il nostro discorso per occuparci del prenderci cura. Perché prenderci cura dell’umano? “Perché da noi – dicevamo – che stiamo bene e siamo ricchi, l’umano è sfruttato, è usato, è maneggiato, ma non sembra realmente amato. Figuriamoci altrove, dove è preso a cannonate.” Ci prendiamo cura di ciò che amiamo, prendersi cura è contiguo all'amore.
Prenderci cura dell’umano significa prenderci cura delle Persone, che sono l’umano nel suo aspetto di relazione, di comunità sociale. Significa ricordare sempre che tu, tu che sei la presenza più immediatamente vicina a me, come ognuno di noi porti sempre con te nel tuo vivere un nucleo di sofferenza. O no? Un lungo cammino conduce tutti noi dal nascere quali inermi esseri umani all’Essere Umano nella pienezza della sua manifestazione. È un cammino complesso, talvolta molto accidentato, tortuoso, per lo più segnato dalla sofferenza. Nei casi più drammatici la grande sofferenza mentale ci mostra per quali nodi essenziali ciascuno di noi riesce (o non riesce) ad accedere alla pienezza della Persona, riesce (o non riesce) a sentirsi Persona nella comunità delle Persone, riesce (o non riesce) a sentirsi autore dei propri atti, origine del proprio sentire, responsabile delle proprie scelte. Prendersi cura della grande sofferenza mentale è compito di responsabilità profonda, è insegnamento per il prendersi cura di qualsiasi altra modalità di sofferenza, che poi, come ti dicevo, sempre al suo culmine sconfina in quella. Non diciamo forse in certi terribili momenti sto male da impazzire?
La grande sofferenza mentale ci mostra in profondità e in trasparenza la natura del nostro stesso vivere. A rammentarla tocchiamo con mano la fragilità della condizione umana, della nostra condizione, essa ci insegna cose profonde sulle “normali” relazioni fra Persone. Sapersi avvicinare senza paura e con amore alla follia ci apre a una insostituibile pienezza del quotidiano vivere insieme fra noi, ha una profonda valenza politica: proprio così, politica, se la politica è l'arte del vivere insieme fra Persone nella comunità sociale.
Per noi curare – ti dicevo – è diventato oggi somministrare: aziendale, tecnologico e burocratico, per carità indispensabile, come faremmo senza? Ma in questo curare non c’è chi veramente si prende cura di noi con sollecitudine, diligenza, affetto, premura, attenzione … non c'è chi tiene a noi. Non ci sentiamo accolti, quando siamo trattati come casi e ignorati nella nostra essenza di Persone. Efficienza ed esigenze di bilancio fanno in fretta a spazzare via cortesia e affetti del cuore, ma senza queste cose perdiamo di vista l’umano e la sua bellezza. Perché solo ciò di cui ci prendiamo cura ci regala la sua bellezza. Curare è una cosa, altra cosa è prendersi cura. Almeno per noi, adesso. Sai, quando sono un po' confuso, quando non capisco bene le cose, cerco sul dizionario il significato delle parole. Lo sai cosa voleva dire in origine terapia? Voleva dire servizio. Cura era la stessa cosa di servizio. Chi curava, era al servizio del malato. Terapeutico poi, significava atto a servire, addirittura, pensa un po’, atto a servire gli dei. Ma le cose sono andate diversamente: adesso le prescrizioni del medico per me sofferente sono ordini. Lui mi prescrive cosa fare, in buona sostanza mi dà ordini che io, sempre sotto la pistola puntata della sofferenza, sono ben contento di eseguire, e quindi obbedisco. Il suo potere sul corpo è enorme, ma quel corpo sono io, quindi enorme è il suo potere su di me. Lui d'altronde è così abituato a sentire la sua parola ascoltata, seguita, talvolta riverita – cosa non può fare di noi la sofferenza! – che magari la sua voce si incrina leggermente, accenna a spazientirsi se gli chiedo qualche spiegazione o gli esprimo qualche dubbio. E io taccio all’istante, braccato come sono dal dolore, sto già tanto male, non posso mica turbarlo e perdere il suo favore, la fine della mia sofferenza dipende da lui. Non succede sempre, certo, ma qualche volta sì, e qualche volta forse è già troppo. Questo sarebbe un servire? Qualcosa deve essere andato storto, da un po' di tempo a questa parte, per questo oggi è necessario distinguere fra cura e prendersi cura. Che tu ti prendi cura di me è diverso, significa un’altra cosa: significa che ti accosti alla totalità della mia Persona, che mi senti in quanto Persona, che accogli la mia presenza nel tuo divenire psichico e attraverso di lei ti scopri a te stesso. Significa che tu consenti alla mia presenza di alimentare il tuo venire al mondo con il nuovo che io porto sempre in dono per te. L'incontro fra noi trasforma tanto me quanto te e solo se ne usciamo intimamente trasformati noi ci siamo incontrati realmente, come d'altronde accade in qualunque autentico incontrarsi nella vita. Incontrarti nel mio prendermi cura di te ci conduce, tutti e due noi, verso un reciproco più profondo esserci, mio e tuo, nella nostra più intima presenza, mia e tua. Tu ti sei davvero preso cura di me quando, avendo il calore e la luce della tua presenza liberato il mio divenire incagliato, poi te ne torni a casa più liberato nel tuo, perché il tuo gesto d’amore benefica tanto te quanto me, mai soltanto me. Ricordi? La grande sofferenza mentale è malattia sui generis, e quindi anche la guarigione è guarigione sui generis. Guarire dal male mentale non è tornare a essere ciò che si era prima della malattia: è arrivare a essere finalmente ciò che mai si era riusciti a essere prima. E se io riesco con la mia presenza ad aiutarti a conquistare un frammento in più del tuo esserci esplorando con te la terra di nessuno del tuo vivere, anch’io me ne torno sempre a casa con qualcosina in più.

Giorgio Moschetti

mercoledì 30 aprile 2014

TU, IO E I MODI D'AMORE

E poi che la sua mano a la mia puose,
con lieto volto, ond'io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose.
Noi siamo Persone, abitiamo il mondo insieme. Ti ho parlato del mondo interiore la volta scorsa e lo faremo ancora in seguito. Ora ti parlerò di noi, di te e di me, della nostra vicinanza, che può essere teatro del peggio e del meglio. Del peggio, non ho bisogno di parlarti, basta che leggi i giornali e ti guardi attorno. Forse c'è più bisogno che ti parli del meglio, della bellezza che può illuminare il nostro incontro se solo riusciamo a far posto a un poco d'amore.

Di un oggetto – noi siamo abituati a pensarli inanimati, gli oggetti – alla lunga faccio quello che mi pare, pur con fatica: lo scavo, lo maneggio, lo uso, è appunto oggetto nelle mie mani, disponibile alla mia volontà. Siamo andati sulla Luna, no? Talvolta l'oggetto mi fa sentire onnipotente, è vero, ma di compagnia non me ne fa molta – la faresti una vacanza sulla Luna? – mi lascia solo, non mi tratta mai come una Persona. Tu sì, invece. Perché fra ciò che indifferente lui mi offre e la tua parola, che sempre mi chiama in causa, beh, c’è un abisso. Ovvio? Sto scrivendoti delle banalità? C'è bisogno di ricordarti quante volte nel tuo lavoro sei trattato come un oggetto e ignorato come Persona? La tua parola può giungere al fondo del mio cuore, ogni più fine inflessione della tua voce parla tanto di te quanto del tuo modo di vivermi, tu mi rispondi sempre, tu assai più di qualunque oggetto mi fai sentire Persona, con la parola come con il silenzio. E pensa a cosa si schiude, quando l’amore illumina e riscalda il nostro incontro! Solo nel modo d’amore – in tanti modi noi stiamo al mondo – riusciamo a coglierci come fine, come centro e origine di valori che ci riscaldano quando entriamo nel loro raggio d'azione. Solo nel modo d’amore desidero e faccio il possibile perché tu sia tu, nella pienezza della tua presenza, della quale ti sono infinitamente grato, come tu della mia. Qui riposa il fondamento del noi, nel riconoscere attraverso il nostro incontro la pienezza del vivere nel suo splendore, l'unica che ci consente di accogliere più serenamente la morte. Grazie, ti dico, grazie, perché con te esisto appieno, purché valga sempre fra noi il patto dell'essere l'uno per l'altro fini e mai strumenti. Per esserci, io ho bisogno che tu sia.
Psiche è da sempre così vicina ad Amore – lo sapevi? – che esiste perfino un mito che racconta il loro legame. Dalla notte dei tempi lo sguardo di Psiche accarezza la creatura, se ne prende cura. Amore risveglia Psiche: l’amore nel mio sguardo ti predispone a offrirmi il meglio di te e me a coglierlo, mentre ogni mia diffidente riserva genera una macchia cieca nel mio sguardo e tu, ferito, ti ritiri un poco, ti neghi a me. Anche l'oggetto dà il meglio di sé se lo investo del mio amore, ma qui entriamo nel grande o piccolo fare artistico, ne parleremo altrove. E comunque se investo di tanto amore un oggetto, è perché gli affido un messaggio per te, perché possa continuare a parlarti anche quando non ci sarò più, è la funzione dell'arte, che scopriamo grande quando continua a parlarci al di là del tempo e dello spazio.

Se siamo amici – l'amicizia, rara, è uno dei modi dell'amore – parlandoti, ascoltandoti, condividendo, nel capire chi sei tu capisco chi sono io, già solo il tuo sguardo, il tuo nome mi ricordano chi sono. La nostra amicizia è rassicurante sfondo per le mie giornate, dà loro senso, mi accompagna nelle stagioni della vita, asseconda il passo lento e dolce del nostro mutare. Istante per istante noi cambiamo, ma in modo impercettibile, un po' come i grandi alberi, dei quali un bel giorno notiamo il cambiamento e di colpo ci accorgiamo del tempo trascorso. I mutamenti troppo repentini ci disorientano, se tu cambi troppo rapidamente io mi sento spaesato, sperduto. Pensa a quanto soffriamo, quando i segni della malattia deformano coloro che amiamo. Pensa allo strazio dell’Alzheimer, quando si arriva a dire ai propri cari non ti riconosco più!

Tu nel tuo profondo sei e sempre rimarrai inesorabilmente un mistero per me, come d'altronde io per te. Per intimi che siamo, un poco di solitudine non possiamo evitarla, fa parte dell'ordine delle cose. È sempre un tu a farci venire al mondo, siamo sempre frutti maturati da una relazione, non nasciamo da soli. La solitudine la scopriamo poco alla volta, è la madrina della nostra unicità e da soli moriremo. Ma la solitudine, così importante, non mi impedisce di patire per le tue avversità e, cosa ancora più essenziale, di permettere alle tue gioie di rischiarare le mie giornate.

Nel prendersi cura della grande sofferenza psichica il terapeuta conduce il sofferente all’esistere proprio attraverso l’esperienza del tu. Quasi che il tu fosse condizione di esistenza, generatore di esistenza, quasi che solo attraverso l’esperienza di te io potessi finalmente dire: eccomi, io esisto! Io ti propongo, lettore caro, una parola nuova: coesistenziale. Non è tanto bella, ma ha il vantaggio di ricordarci che esistere davvero per noi è una faccenda che passa solo attraverso il riconoscimento del tu, che avviene con…
E allora la qualità del nostro rapporto è tutto, per un vivere un poco più pieno e... su, prendiamo il coraggio a due mani e diciamolo... più felice.



Giorgio Moschetti e Elena Iorio

mercoledì 23 aprile 2014

NOI SIAMO PERSONE!

E poi che la sua mano a la mia puose,
con lieto volto, ond'io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose.
Noi siamo Persone! Caro lettore, avrai notato che ho usato la maiuscola, com'è d'uso per indicare l'importanza e il valore di qualcosa. La usiamo sempre per i nomi, appunto, di Persona. Non sarà un caso. La maiuscola aiuterà me che scrivo e te che leggi a ricordarci che Persona, quella che tu sei, che sono io, è una nozione primaria, un punto di partenza. Succede però subito una cosa strana e curiosa: nel parlare della Persona io parlo a te Persona che stai leggendo queste righe. È vero che sto scrivendo, non parlando, ma non è anche vero che leggere per te è un po' come se una voce pronunciasse silenziosa le parole che i tuoi occhi leggono? Chissà perché, siamo abituati a situare questa voce mentale “dentro di noi”. In realtà essa è terreno di incontro fra noi, riguarda tanto me quanto te: le parole che leggi certo le ho scritte io, ma la silenziosa voce mentale è la tua, ombra di quella tua voce vera, unica al mondo, che al di là di ogni tua intenzione dice tutto di te. Queste righe risuonano per te in un modo particolarissimo che io non so prevedere, ti fanno venire in mente tante cose, spero, ti rallegrano o ti annoiano: sei tu che stai leggendo, e tu sei tutta la tua vita, tutta la tua storia, anche se non ci pensi più di tanto.

Abbiamo appena cominciato e già ci imbattiamo in qualcosa di importante, che è proprio della sfera psichica e che credo succeda sempre, anche se non ce ne accorgiamo.
Succede che ogni parlare DI una Persona è sempre un po', in modo misterioso, sotterraneo e inavvertito, anche un parlare A quella Persona. Non è poco, ci torneremo su.

Ho tirato in ballo te e me, che Persone siamo, per parlarti della Persona. Parleremo ancora di noi due, e tanto, ci siamo reciprocamente indispensabili per il nostro essere Persone. Ma prima di occuparci del nostro comune abitare il mondo, riflettiamo ancora un poco su un altro mondo, quello cosiddetto interiore.

Il tuo essere Persona certo nasce dallo stare ogni giorno con qualcuno: con i tuoi cari a casa tua, con i tuoi colleghi sul lavoro. Ma non soltanto, in parte anche nasce da te.
Loro sono sicuramente importanti, ma tu sei tu, no? sei mica solo un loro riflesso! Hai qualcosa da dire, tu, di tuo, il tuo stesso divenire psichico ti spinge a farlo. Abbi pazienza, io mi riprometto di usare il più possibile il linguaggio comune, ma certe volte proprio non ci riesco. Cos'è il divenire psichico? Semplicemente la vita che pulsa in te e che fa capolino nel tuo sentire e nel tuo pensare. Fai attenzione: noi diciamo di solito io penso, io sento ... ma più spesso succede piuttosto che io prendo atto del pensiero che mi è venuto in mente (lui, il pensiero), del sentimento che ho sentito crescere in me (lui, il sentimento). Perché i pensieri e i sentimenti hanno un elevato grado di autonomia, solo qualche volta e con fatica li dirigiamo noi, più facilmente i primi, quasi mai i secondi. Noi non ci badiamo, ma in quel divenire psichico compaiono anche le prime avvisaglie di come saremo domani, i tratti della Persona che abbiamo il compito di essere, lì siamo sempre un pochino in sala parto. Ti accorgi del divenire psichico quando stai per addormentarti e con sollievo puoi permetterti di lasciarli vagare a loro piacimento, pensieri e immagini. Un po' stupito e assonnato contempli in quali strani e curiosi modi si rimescola il nuovo, che il mondo degli altri ti ha offerto durante il giorno, con il nuovo lasciato dalla risacca del divenire psichico nel tuo mondo interiore. Non te ne accorgi, ma questo silenzioso lavorio fa sì che ogni istante trascorso ti segni con una sua minuscola traccia. Sicché tu che mi leggi ora non sei mica più esattamente lo stesso di quando hai cominciato a leggere pochi minuti fa - sempre che tu ancora resista e io non ti abbia annoiato troppo! Basta un po' di attenzione per far caso a ciò che pullula nel mondo interiore. Il sole sembra fermo nel cielo, no? ma se ti prendi la briga di guardare le ombre per qualche istante, la rotazione terrestre l'avverti, eccome. Possiamo prendere atto del divenire del mondo interiore, possiamo imparare a dialogarvi e scoprirlo una risorsa decisiva per la pienezza del vivere. Oppure al contrario possiamo ignorarlo, esponendoci però a qualche rischio, perché la vita che bussa alla nostra porta per essere ascoltata, se ignorata, prima o poi busserà più forte e ci procurerà qualche fastidio.

Imparare a prendere confidenza, a dialogare con le fantasie, i sogni del mondo interiore in perenne divenire, imparare a riconoscerli come fidati consiglieri – fermo restando che le scelte le facciamo alla fine sempre noi, ben svegli – non è facile. Speriamo di riuscire qui ad aiutarti un poco in questo cammino, in fondo al quale brilla una vita un po' più piena e forse, chissà? più felice.

Forse la felicità sta da quelle parti? Raramente siamo felici e quando lo siamo appena un po' non sappiamo apprezzarla. Spesso neppure sappiamo più cos'è, la felicità. Primo Levi, che di infelicità se ne intendeva, diceva che la migliore approssimazione della felicità è fare il lavoro che si ama. Non so se tu sei uno dei fortunati che amano il proprio lavoro.
Se così non è, comunque qualcosa amerai fare (e se no, sei infelice davvero e queste pagine sono soprattutto per te). Quando fai ciò che ami, non è forse vero che il tempo scompare e quando guardi l'orologio è sempre tardi?

Spero che tu ti riconosca un poco in quello che hai letto. Se hai avuto la sensazione che io stessi parlando proprio di te, allora lo scopo di questo piccolo articolo è stato raggiunto. Spegnerai il computer un po' soddisfatto, spero, e ti dedicherai alle tue cose con più gusto e piacere.

 Giorgio Moschetti

martedì 15 aprile 2014

PRENDIAMOCI CURA DELL'UMANO

E poi che la sua mano a la mia puose,
con lieto volto, ond'io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose.
Prendiamoci cura dell’umano. Perché dell’umano? Perché da noi, che stiamo bene e siamo ricchi, l’umano è sfruttato, è usato, è maneggiato, ma non sembra realmente amato. Figuriamoci altrove, dove è preso a cannonate. Perché prendiamoci cura e non curiamo? Perché per noi curare non vuol dire aver cura di … Curare è diventato somministrare: aziendale, tecnologico e burocratico, per carità indispensabile, come faremmo senza? Ma nel curare non c’è chi veramente si prende cura di noi con sollecitudine, diligenza, affetto, premura, attenzione … Non ci sentiamo accolti, quando siamo trattati come casi e ignorati nella nostra essenza di persone. Prendersi cura è altra cosa, e cercheremo di dirlo, in queste pagine. Efficienza ed esigenze di bilancio spazzano via cortesia e affetti del cuore … ma senza queste cose perdiamo di vista l’umano e la sua bellezza.
Nel post precedente, dicevamo delle nascoste meraviglie e dei silenziosi eroismi di cui voi tutti siete capaci, lettori: cercheremo insieme a voi in questo spazio di rendere il giusto rispetto a ciò che è umano, quell’umano così capace di prodigi se solo un poco amato. Cercheremo insieme a voi di ritrovare la bellezza nel nostro vivere, bellezza che tanto spesso perdiamo di vista.

Ci occuperemo dell’umano, dunque, che è l’essenza di noi persone e del nostro convivere. Le vostre lettere, i vostri commenti, il dono della Vostra testimonianza daranno senso al nostro lavoro.

Noi siamo persone! Non è una banalità, caro lettore, spesso ci dimentichiamo cosa vuol dire, essere persone. Pensa ai media, che ci lusingano dicendoci voi valete per indurci a consumare. No, non è questo il valore delle persone! Le persone non sono strumenti da maneggiare come invece lo sono le cose, sono persone, non sono ruoli, sono persone. Non è molto difficile. Ma non è scontato. Parleremo dell’essere persone, dell’essere centro di valore, della pienezza del vivere che possiamo raggiungere solo se fra noi riusciamo a riconoscerci e a rispettarci come persone. Parleremo del nostro essere al mondo come del divenire quella persona particolare che ognuno di noi ha il compito di essere.

Quando tutto va bene, sembra che vivere non sia una faccenda troppo difficile! Si mangia, si dorme, si fa il proprio lavoro, alla fine lo fanno tutti. Ma la faccenda in realtà è assai complicata e per ognuno va a modo suo: io e te, eguali per certi aspetti, per altri siamo diversissimi. Ci accorgiamo di quant’è complicato, il vivere di ogni giorno, solo quando le cose si mettono davvero male, solo quando soffriamo. Se facciamo attenzione
alla sofferenza, soprattutto a quella psichica, scopriamo quanto può essere impervio il tragitto del crescere e dell’invecchiare. Già solo diventare grandi, adulti responsabili, non ragazzi di 50 o 60 anni, ma donne e uomini soddisfatti della propria età e non più invidiosi della giovinezza, già solo questo non è facile. Non è facile diventare responsabili di sé, riconoscere e prendersi sulle spalle gli effetti delle proprie azioni. Non è facile ricordarsi che vivere è sempre anche prepararsi a morire, se possibile degnamente. Solo le prove più severe ci preparano a compiti così essenziali e difficili. 

Il nostro essere persone ci rende unici: ce ne dimentichiamo, ma siamo tutti in esemplare unico, firmato. Non abbiamo bisogno di vestiti griffati, lo siamo già, firmati. 
Ma ce ne dimentichiamo. Il tuo stile di vita è importante perché è il tuo! Dell’essere tu, di te lettore, che stai leggendo queste righe, ce n’è proprio solo uno al mondo. Se lo dimentichi, dimentichi il tuo valore.

Sulla tua carta di identità sta scritto: nato a … il … dove e quando tu venisti al mondo. Ma guarda che non hai mica finito allora e laggiù, di venire al mondo. Hai solo cominciato, e da allora continui a farlo, a manifestare la tua presenza istante dopo istante: la vita scorre attraverso di te e ogni tuo gesto non si ripete eguale due volte, attraverso la varietà e la novità del mondo scopri la tua ricchezza. Ma anche qui le cose non sono così semplici: perché il nuovo di ogni giorno sia per te una risorsa devi saperlo accogliere e gioirne, devi star bene. Nella sofferenza il nuovo spaventa, arriva a destare terrore, e viceversa il rifiuto del nuovo è spesso segno di nascosta sofferenza. E attenzione poi all’orgia di nuovo e di cambiamento che ti propone chi ti riduce a consumatore: benessere del consumatore è un conto, essere bene è tutt’altra faccenda, non confondiamoli.

Il tuo corpo è unico come sei unico tu: ma quante volte manchiamo di rispetto al corpo, quante volte lo disprezziamo. Non ci piace: e allora, ipnotizzati dalla tecnologia, lo cambiamo, ci scriviamo sopra! Ma è importante il corpo, tu sei il tuo corpo. Pensa alla parola senso, che ritrovi dai cinque sensi al senso della vita. Siamo così squilibrati nel rapporto con il corpo che arriviamo a idolatrarlo. Pensa al business della fitness! Ma idolatrare non è prendersi cura, non è ascoltare con devota attenzione, non è mettere al giusto posto. Il corpo cambia, per forza, ma noi lo vorremmo fermare all’eterna giovinezza e non riusciamo a essere felici di invecchiare, che vuol solo dire essere felici di vivere. Ma siamo così andati fuori di testa? Possibile che vecchio sia un insulto? Tu tramite il corpo sei un balcone sull’universo. Tu e io vediamo quasi le stesse cose dal nostro rispettivo balcone, per questo possiamo un poco intenderci. Ma alcune cose le puoi vedere solo tu, altre le posso vedere solo io, per questo tu sei così importante per me e io lo sono così per te. E il tuo sguardo da quel balcone, unico e prezioso, dipende dalla tua storia. Tu sei anche una storia, tu sei la tua storia. Il tuo esserci qui fra noi è testimonianza vivente di ciò che hai passato, patito, gioito.

Qualcosa ci aiuta a ritrovarci, a capire chi siamo e come siamo fatti. È la grande arte, i cosiddetti classici, quella che continua a parlarci incurante del tempo e dello spazio.
Non dobbiamo lasciarcene intimidire, non dobbiamo relegarla, insieme alla bellezza, nel lusso. È arte grande proprio perché parla di noi, delle nostre vite. Noi tenteremo su queste pagine di toglierla dal lusso per permetterle di illuminare le nostre piccole vite quotidiane. Cercheremo di rintracciare nel nostro fare quotidiano l’artistico: perché, lettore caro, c’è qualcosa di artistico e di sacro in ogni nostro piccolo fare quotidiano, purché sia fatto bene, con cura e con amore. L’artista non è un tipo speciale di uomo, ma ognuno di noi è un tipo speciale di artista.

Giorgio Moschetti

mercoledì 2 aprile 2014

Iniziamo!

E poi che la sua mano a la mia puose,
con lieto volto, ond'io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose.
Eccoci qua a iniziare questa nuova avventura!

Abbiamo già un sito nato nel 2008 (www.curaecultura.com), ma ora vogliamo provare a interagire un po' di più con tutti coloro che hanno e avranno piacere di leggere quanto scriveremo...

Cosa intendiamo fare? 
Vogliamo proporre qui la nostra riflessione psicolgica sulla normalità della vita, su quanto la può arricchire la confidenza con la sofferenza mentale e su come l'arte può essere farmaco per il male di vivere.

Ci rivolgiamo alla gente comune, perchè quello che abbiamo imparato ce l'ha insegnato la gente comune. E' gente comune quella arenata nella sofferenza mentale e così incapace di vivere, di cui a lungo ci siamo presi cura (e nel nostro piccolo continuiamo a fare), ed è gente comune quella che ci ha aiuta tante volte a restituire senso a quelle vite. Dagli uni e dagli altri abbiamo imparato di quali nascoste meraviglie e di quali silenziosi eroismi sia capace la gente comune, OGNUNO DI NOI!

Vogliamo aprire sulla rete uno spazio di riflessione su questi temi, perchè queste meraviglie nascoste e questi eroismi silenzioni non meritano il silenzio, devono essere detti e cantati perchè possano illuminare le nostre vite e aiutarci a renderle più piene e degne di essere vissute.