mercoledì 10 febbraio 2016

IN VIAGGIO



E poi che la sua mano a la mia puose,
con lieto volto, ond'io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose
“Quando partirai, diretto a Itaca, 
che il tuo viaggio sia lungo
ricco di avventure e di conoscenza.
...
Non aspettarti che Itaca ti dia altre ricchezze.
Itaca ti ha già dato un bel viaggio;
senza Itaca, tu non saresti mai partito.
Essa ti ha già dato tutto, e null’altro può darti”.



Quante volte ci è capitato di vagheggiare un viaggio in qualche località che ci pareva irraggiungibile e quanto ci siamo impegnati per progettare e organizzare tutto al meglio? Quanta fatica ed energia abbiamo messo nel nostro progetto, nel sogno della nostra vita! Pian piano l’idea prendeva corpo nella nostra mente e nella nostra immaginazione, ogni volta arricchita di particolari e dettagli che ne rendevano sempre più desiderabile la sua realizzazione, fino al giorno tanto atteso: finalmente si parte!
Il viaggio che ci ha condotto a destinazione ci ha sfiniti, gli imprevisti durante il tragitto sono stati numerosi, spesso mal tollerati e vissuti con impazienza ma, una volta giunti sul posto, abbiamo potuto godere della nostra personale conquista, oppure siamo rimasti delusi e le aspettative non hanno trovato un riscontro effettivo nella realtà. Ne è valsa davvero la pena, potremmo domandarci?

La simbologia del viaggio ci accompagna costantemente durante la vita, in maniera neanche troppo metaforica, e sul biglietto che ci viene consegnato alla partenza non vi è nemmeno scritta la destinazione – completamente a nostro carico – cosa che possiamo vivere come un limite oppure come un’opportunità. Certo è difficile in un momento storico come il nostro – in cui domina la precarietà nel senso più generale ed esteso ai più svariati ambiti della vita – pensare che davanti a noi ci siano opportunità da cogliere.

Siamo spesso tentati di considerare degli ostacoli, che scavalchiamo frettolosamente tirando un sospiro di sollievo al loro superamento, le esperienze che affrontiamo durante l’impegnativo percorso, protesi come siamo verso la meta, alla dirittura d’arrivo, al momento in cui taglieremo il traguardo e quando ci renderemo conto di doverci nuovamente posizionare al via per una nuova partenza.

Pensavamo finalmente di potercene stare un po’ tranquilli a godere della nostra conquista, ad assaporare quanto abbiamo fortemente voluto: questo nella migliore delle ipotesi.

E quando invece le nostre fatiche sembrano essere state spese invano? Dico sembrano perché, a pensarci bene, potrebbe anche non essere così, ma solo a patto che non confondiamo il mezzo con il fine.

Credo che in molti abbiano sperimentato la sensazione di vuoto che segue ad un progetto studiato nei minimi dettagli – per il quale abbiamo speso energie emotive, mentali, fisiche – e che al momento della realizzazione sfuma dinanzi a noi o va incontro ad un fallimento: “Non è giusto, avevo messo il massimo impegno e questo è il risultato!

La prossima volta non mi metterò più in gioco fino a questo punto, perché non serve assolutamente a nulla.”

E’ il rischio di ogni partenza e forse è per questo che alcuni non partono mai e poiché non partono non arrivano da nessuna parte.
Dunque il fine per il quale abbiamo lavorato duramente è il raggiungimento della mèta?
Pensiamo alla fatica di quanti vogliono raggiungere la vetta di una montagna: sicuramente i duri allenamenti che precedono l’impresa, gli sforzi e i rischi connessi con quest’ultima non possono essere considerati un semplice mezzo asservito ad un fine, vale a dire la cima tanto agognata.

Il coinvolgimento fisico ed emotivo ha dato origine ad una trasformazione in colui che si è adoperato in modo tanto appassionato e la vetta della montagna è solo l’apice di questa impresa, iniziata in realtà molto tempo prima.

Quando si presenta un progetto, in esso si è soliti indicare le finalità e gli obiettivi che si intendono perseguire, i quali sono dunque già presenti e che hanno già dato origine ad un cambiamento profondo che ci apprestiamo a condividere e ad esplicitare, rendendo pubbliche le nostre intenzioni.

Il progetto è esso stesso il fine, perché frutto di un percorso che abbiamo seguito con passione e convinzione, nel tempo, un tempo a volte lungo e interminabile.

Come non pensare ad una “partenza” senza parlare di tempo, in un’epoca in cui efficienza e ottimizzazione delle tempistiche trovano un posto di rilievo? La vita è breve e dunque intendiamo sfruttare ogni attimo a disposizione, anche a costo di vivere in maniera concitata, talora anestetizzata. Gli antichi greci avevano due modi per indicare il tempo: chronos era il tempo misurabile, che trascorre inesorabile, mentre kairòs era il tempo giusto, opportuno relativamente al quale nessuna fatica è resa inutile.

Allora mettiamoci comodi, assaporiamo con la mente e il cuore i paesaggi che incontriamo durante il tragitto, non attendiamo con ansia l’arrivo, perché un approdo in ogni caso ci sarà. E’ il modo in cui avremo affrontato il percorso a fare la differenza e ...

“Se infine troverai che Itaca è povera, 
non pensare che ti abbia ingannato.
Perché sei divenuto saggio, hai vissuto una vita intensa,
e questo è il significato di Itaca”.

K. Kavafis [1863-1933], Itaca 

Buon viaggio!

Monica Ramazzina

sabato 6 febbraio 2016

Aggiornamenti da Cura e Cultura - febbraio 2016



E poi che la sua mano a la mia puose,
con lieto volto, ond'io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose
Care amiche e cari amici, 
vorrei che questi aggiornamenti non si limitassero soltanto a dare notizia degli eventi organizzati da Cura e Cultura, ma dessero anche notizia delle tappe del percorso di pensiero che, faticosamente, Cura e Cultura sviluppa nei suoi incontri settimanali, per­corso di cui gli eventi, i Seminari e i concerti di Dolce Mente sono poi espressione. Scrivo faticosamente perché le condizioni di lavoro di Cura e Cultura, agli inizi del suo undicesimo anno di vita – sì, perché con il finire del 2015 Cura e Cultura ha compiuto dieci anni di vita, auguri!!! – sono sempre più difficili e improbabili. Non parlo del punto di vista economico che, grazie alla generosità di alcuni nostri amici, ha visto concludersi il 2015 con la cassa un po’ più piena del solito, sempre relativamente alla nostra modesta misura. Ma parlo delle condizioni oggettive di lavoro del Gruppo Operativo, con il quale sembra quasi che la vita giochi un po’ malignamente a fare il possibile per scoraggiarlo e farlo desistere. Ma naturalmente non ci riuscirà: se Cura e Cultura fosse il titolo di un libro, e con quello che vi abbiamo pubblicato finora potrebbe proprio esserlo, il suo sottotitolo sarebbe opportunamente Nonostante tutto … Continuo a sperare di riuscire a inviarvi gli aggiornamenti con una frequenza un po’ maggiore della attuale quadrimestrale, nel ricordo di quando un tempo era quasi mensile.
Perdonatemi la lamentazione: a proposito del percorso di pensiero di Cura e Cultura, mi fa piacere inviarvi oggi tre passi che mi hanno recentemente molto colpito. Il primo è tratto dalla tetralogia Giuseppe e i suoi fratelli di Thomas Mann, in particolare dal primo volume Le storie di Giacobbe, scritto fra il 1926 e il 1930. Si riferisce a Giacobbe, poco prima che sia depredato e umiliato da Elifaz, il figlio di Esaù:  

Quell’anima, infatti, era debole e paurosa: aborriva dal commettere violenza, tremava al pensiero di subirla, ed era piena di ricordi avvilenti e umilianti per un orgoglio virile; essi però non diminuivano né la sua dignità né la sua solennità, perché sempre, regolarmente, in tali situazioni di umiliazione fisica, un raggio, un’effusione spirituale, una rivelazione della grazia, potentemente consolatrice, la investiva confermandola ancora una volta, e in virtù di questa rivelazione, poiché se l’era creata e conquistata da sé, traendola dalle profondità non umiliate del suo essere, quell’anima poteva, con pieno diritto, elevare il capo.  

Il secondo passo proviene dal Diario di Etty Hillesum. Le parole del grande tedesco, cui venne assegnato il premio Nobel nel 1929, proprio durante la stesura di Le storie di Giacobbe, mi hanno ricordato questa giovane donna ebrea di 28 anni, che così scrive nel suo diario, a mezzanotte e mezza della notte fra sabato e domenica 21 giugno 1942: 

Per umiliare qualcuno si deve essere in due: colui che umilia, e colui che è umiliato e soprattutto: che si lascia umiliare.

Se manca il secondo, e cioè se la parte passiva è immune da ogni umiliazione, questa evapora nell’aria. 

Circa un mese dopo questa annotazione, Etty decise di sua spontanea volontà di andare a Westerbork con gli ebrei prigionieri. Westerbork era un campo di smistamento nella zona orientale dei Paesi Bassi. Non era un campo di sterminio, ma di fatto era l’ultima tappa prima di Auschwitz. Sappiamo che Etty rimase a Westerbork fino al 7 settembre 1943, quando, con il padre, la madre e uno dei suoi fratelli, Mischa, furono caricati sul treno dei deportati. Da un finestrino di quel treno gettò una cartolina che fu raccolta e spedita dai contadini: “Abbiamo lasciato il campo cantando”. Un rapporto della Croce Rossa afferma che Etty morì ad Auschwitz il 30 novembre 1943. 
Consentitemi ancora di accostare queste due citazioni a quello che mi sembra il senso più profondo di tutta l’opera di Ludwig van Beethoven. Come emblematico corrispet­tivo musicale di questi passi, vi suggerisco il terzo movimento della Sonata in la bemolle maggiore op. 110: Adagio ma non troppo – Fuga. Allegro, ma non troppo. Questa musica dimostra in modo lampante che il significato della musica non tanto chiede di essere decifrato, come comunemente si pensa, ma chiede, o forse implora, di essere vissuto.
La terza riflessione, che mi pare costituisca un passo ulteriore di approfondimento delle due precedenti di Thomas Mann e di Etty Hillesum, proviene questa volta da Tipi psicologici, l’opera di Carl Gustav Jung del 1921: 

Quando noi urtiamo contro un ostacolo, qualunque esso sia purché particolarmente duro, il contrasto fra la nostra intenzione e l’oggetto che si oppone diventa ben presto un conflitto interiore. Infatti, mentre io mi sforzo di subordinare alla mia volontà l’oggetto che mi si oppone, tutto il mio essere si mette a poco a poco in rapporto con esso, in corrispondenza appunto della forte carica libidica che attrae, per così dire, una parte del mio essere nell’oggetto. Ne risulta un’identificazione parziale di determinati elementi affini della mia personalità con l’essenza dell’oggetto. Appena attuata questa identificazione il conflitto si trasferisce nella mia propria anima. Questa “introiezione” del conflitto con l’oggetto mi rende discorde con me stesso, cagiona così un’impotenza nei confronti dell’oggetto e suscita così perturbazioni affettive che sono sempre sintomo di un dissidio interiore. Le perturbazioni affettive però fanno sì che io percepisca me stesso e che sia messo perciò in grado – a meno che non sia cieco – di rivolgere la mia attenzione su di me e di seguire in me il gioco delle forze in contrasto.

E ora gli aggiornamenti sugli ultimi eventi di Cura e Cultura:

1)    24 ottobre 2015: recita di Falstaff di Giuseppe Verdi al Teatro alla Scala di Milano. Molto bella, ottima la direzione di Daniele Gatti, ottimi tutti i cantanti, fra i quali è spiccato un potente ed espressivo Nicola Alaimo nella parte di Falstaff.

2)    28 novembre 2015: concerto di Notabene e Dolce Mente al Teatro comunale di san Giorgio Canavese, con l’organizzazione di Casa Bordino (www.casabordino.org). È stato un bellissimo pomeriggio, ottimi gli strumentisti di Notabene, Elisa Antonova al violoncello, Vincenzo Cristiani al pianoforte, Anna Lisa Signori al violino, come le due giovani e assai promettenti soprano Valeria Gruppi e Valeria Laino. Poi, noi di Dolce Mente che, ci pare, abbiamo fatto degnamente la nostra parte, con la felice collaborazione di Nota­bene in due brani di Mozart. 

3)    Mi fa piacere segnalarvi Il Viaggio di inverno di Schubert, anatomia di un’ossessione, di Ian Bostridge, edito nel 2015 da Il Saggiatore, Milano. Ci sarebbe molto, moltissimo da dire sul Winterreise (appunto, Viaggio di inverno), ciclo di ventiquattro lieder su testo di Wilhelm Müller, quasi testamento di Franz Schubert, composto un anno prima della sua precoce morte nel 1828. Ma su questo moltissimo da dire lasciamo pure la parola a Ian Bostridge e al suo magnifico libro, nel quale l’autore amplifica immaginativamente (proprio nel senso junghiano di amplificazione) uno per uno tutti i lieder del ciclo, elaborando e sviluppando per ciascuno di essi un amplissimo contesto culturale che permette a ogni lied di regalarci tutti i suoi più profondi significati. E ci permette di apprezzarne la straordinaria attualità: per dirne solo una, mostrandoci come Schubert anticipi addirittura Samuel Beckett. Oltre che, naturalmente, ricordo io, Gustav Mahler e Dimitri Shostakovic, per fare solo altri due nomi! Un libro straordinario. E moltissimo da dire ci sarebbe anche su questo splendido tenore inglese, Ian Bostridge, dal profilo culturale eccezionalmente alto e dalla pari capacità di cogliere le minime sfumature del testo di Wilhelm Müller. Per chi voglia conoscere di più su Bostridge, ecco il link della Società del quartetto: http://www.quartettomilano.it/it/02322/200/ian-bostridge.html . 

4)    Vi segnalo ancora l’assidua e valorosa attività della associazione Erreics Onlus di Torino, con la quale abbiamo rapporti di reciproca simpatia e vicinanza. Erreics Onlus (www.erreics.org)  ha indetto per il 2016 la V edizione del Premio Culturale Luigina Parodi, il tema è "l'amore ". Il concorso è iniziato il 7 gennaio e terminerà il 29 ottobre, potranno partecipare gratuitamente i ragazzi di età compresa fra i 14 ed i 20 anni, ed una sezione del premio è dedicata ai ragazzi affetti da autismo e sindromi correlate. Vi chiediamo di contribuire alla diffu­sione e alla notorietà delle iniziative di Erreics Onlus, così vicina nelle sue linee guida essenziali a Cura e Cultura. 

5)    Infine, sul nostro sito www.curaecultura.com, trovate pubblicato un altro frammento della mia Risposta a Dante, relativo alla quarta e alla quinta terzina del secondo canto dell’Inferno.  


Un caro saluto a tutte le nostre amiche e a tutti i nostri amici. 

Giorgio Moschetti
 

mercoledì 27 gennaio 2016

LIBERTA' E VINCOLO



E poi che la sua mano a la mia puose,
con lieto volto, ond'io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose
Cara lettrice, caro lettore, che significa secondo voi essere liberi? Di certo non si intende o lo stato o la condizione di chi non è prigioniero, o di chi non è vincolato, di chi non è legato da fatti o eventi ...
Provo a condividere con voi qualche riflessione in merito.
Io credo per cominciare che si possa parlare di libertà, o meglio di Persona libera, quando la Persona riesce ad esprimere se stessa in tutta la propria unicità, autenticità e irripetibilità. Sì, poiché ognuno di noi è preziosamente unico e irripetibile, e avere la possibilità di manifestare la propria autenticità e creatività in pienezza, è libertà vera.
Ma si può parlare di libertà anche quando sentiamo di avere in noi le capacità e le possibilità di compiere scelte nel quotidiano. Siamo liberi anche quando non soffriamo, non abbiamo paure, non abbiamo ansie, quando non ci sono “fantasmi” (scenari immaginari che raffigurano, in modo più o meno deformato dai processi difensivi, l‘appagamento di un desiderio inconscio) che limitano il nostro agire. Agire è certo strettamente legato a libertà: non sempre siamo liberi di compiere le azioni che desideriamo, ma sempre siamo liberi di desiderare, pensare, dare significato alle cose, alle situazioni. Non sempre e non tutti sanno riconoscere questo piccolo spazio di libertà a volte salvifico; sì, scrivo “salvifico” perché se la vita a volte ci toglie quasi tutto (ad esempio in situazione di guerre, di gravi malattie, di gravi lutti), la nostra libertà di scegliere di vivere o di ricominciare a vivere dando significato al bello del mondo intorno a noi, è una nostra libera scelta. La libertà di ognuno di noi finisce dove inizia la libertà di un‘altra Persona, è anche questo vero, ma questo significa “vedere l’altro” attraverso la sua libertà: in un rapporto autentico e pieno, in cui si riconosce la presenza dell‘altro, si pone attenzione e si riconosce la libertà dell‘altro come autentica espressione di quella Persona, prima ancora che di vincolo alla nostra libertà. La libertà dell'altro, attraverso la quale l'altro potrà offrirci la ricchezza della sua presenza, sarà uno degli elementi del mondo di cui dovremo tener conto, una delle condizioni, uno dei vincoli sulla base dei quali, nel rispetto dei quali, potremo esercitare la nostra libertà.
Perché ovviamente il mondo ci pone dei vincoli, basti pensare al contesto sociale; si comincia da piccoli, ci vengono posti i primi limiti e vincoli dell’agire sociale. Poi nel percorso scolastico la strada non è diversa, anche lì limiti e vincoli da parte di educatori ed istituzioni sociali. I genitori poi hanno l’arduo compito nel prendersi cura dei figli di rispettare il loro spazio di libertà ricordandosi che “i vostri figli non sono i vostri figli. Sono i figli e le figlie della fame che in se stessa ha la vita.” E ancora ricordandosi che “Voi siete gli archi da cui i figli, le vostre frecce vive, sono scoccati lontano” e “Potete custodire i loro corpi ma non le anime loro”, come scrive e insegna Gibran Kahlil Gibran. E’ certo difficile per i genitori calibrare il giusto grado di libertà da rispettare per i figli in base all’età. Lo spazio di libertà da osservare e rispettare deve essere uno spazio nel quale i figli sono in grado di scegliere; il rischio altrimenti è caricare i figli di troppa libertà che non sarebbero in grado di reggere. Se i genitori manifesteranno senso di responsabilità nelle decisioni, se sapranno decidere quando è loro compito decidere, anche i figli impareranno dalle loro azioni.
I vincoli ce li pongono poi anche molti altri contesti, sociali e lavorativi.
Il vincolo è necessario: non è sensato parlare di libertà ignorando il vincolo, la regola, la regolarità della condotta. Anche la natura è fatta di regole, di vincoli. E’ il senso di responsabilità a ricordarci che ci sono regole in noi e tra di noi, e che la libertà non può significare capriccio infantile o adolescenziale di chi vuole ignorare il resto del mondo solo a suo vantaggio. Quanti sono i vincoli! Ma tutte queste regole sociali e non sociali, ci rendono veramente meno liberi? Io credo di no, poiché non esiste libertà vera senza vincolo, senza regolarità, senza delimitazioni precise entro cui scegliere: tale genere di libertà diventa solo capriccio velleitario e distruttivo. Anche ogni atto considerato creativo, di un artista, di un progettista, di uno scrittore, si delinea entro certe regole che costituiscono la base della costruzione creativa. Creare (o per meglio dire costruire) il nuovo impone comunque la conoscenza delle regole sottostanti, magari da superare o da confutare, ma forzatamente da conoscere per poter liberamente esprimere “il nuovo” con adeguata fondatezza.
Elena Tosatti

giovedì 14 gennaio 2016

DAL SILENZIO ALLA VOCE


E poi che la sua mano a la mia puose,
con lieto volto, ond'io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose
Immediatamente, appena veniamo al mondo, gridiamo con la voce, o meglio con il pianto, la nostra presenza. Fin dall'inizio dunque la voce rappresenta il modo più semplice ed immediato, ma a volte molto complicato, per esprimere noi stessi e i nostri bisogni. Iniziamo a farlo attraverso il pianto fino a imparare a modulare la nostra voce e a differenziarla in base a ciò che vogliamo o dobbiamo esprimere: gioia, dolore, stupore, angoscia. La voce parlata si delinea e già esprime assai prima di apprendere qualsiasi articolazione pertinente al 
linguaggio; essa origina nella primissima infanzia sotto forma di imitazione di ciò che sentiamo intorno a noi. Pensiamo a tal proposito a quanto è importante per il neonato la voce della madre, che riconosce immediatamente in mezzo a molte. Essa rappresenta per lui non solo la sicurezza della presenza di lei ma anche addirittura dell'esistenza di lui stesso, è nel risuonare della voce materna che lui si accorge del proprio esserci, essa quasi lo fa venire al mondo, e grazie ad essa egli riuscirà ad organizzarsi e ad esprimersi in futuro. 
La voce ci serve per comunicare con gli altri, lascia tracce di noi stessi, lancia segnali, richiami, esprime i nostri desideri, ci fa stabilire un contatto con gli altri. Attraverso di essa ci apriamo agli altri, mostriamo noi stessi, lasciamo trapelare molti aspetti che l'ascoltatore, purché attento, potrà cogliere. Quante volte fingiamo di essere felici o indifferenti di fronte ad un avvenimento ma la voce ci tradisce, ovvero fa trasparire ciò che forse vorremmo nascondere e non ammettere agli altri e nemmeno a noi stessi. La voce esprime fedelmente la nostra presenza e rispecchia le nostre lesioni più profonde, ci rivela agli altri nella nostra totalità, ci mostra nudi al mondo. Essa può sedurre, incutere paura, sfogare il dolore, la gioia, essa è una cosa sola con il nostro Essere Umani. 
Oltre a permetterci di relazionarci con gli altri, la voce ci relaziona con noi stessi, è strettamente legata al nostro corpo da cui è generata e a cui ritorna come eco. Essa è, infatti, sentita dagli altri nel suo prodursi ed è sentita da noi sia attraverso le trombe di Eustachio sia dall'esterno, sicché il produrla è sempre controllato e modificato alla luce del sentirla. La voce e il respiro sono strettamente collegati, essa non può prescindere dall'aria; e la respirazione è il nostro scambio più immediato con il mondo. La voce è flatus, respiro, soffio vitale, testimonianza di una presenza, della vita; essa si sente, è il dentro fuori di noi, chiave psicologica della conoscenza dell'interiorità. Essa è affermazione dell'identità di ognuno di noi, dichiara la nostra presenza, è la nostra firma al mondo, ogni voce è testimonianza di un Esserci! 
La voce porta con sé e in sé la nostra storia e il nostro essere nel mondo, variando da persona a persona: come non troveremo mai due volti identici, così mai troveremo due voci identiche. La nostra storia e il nostro modo di essere rivivono attraverso la voce: ne è testimonianza la varietà di modalità espressive che possiamo usare, diverse in ognuno di noi. Quante volte abbiamo a che fare con persone che parlando a bassa voce ci rivelano la loro insicurezza, il loro timo re di fondo, la loro riluttanza ad aprirsi all'altro, mentre invece persone sicure parlano con voce forte e chiara. Queste differenze sono amplificate nella patologia: si pensi che se per molti pazienti è una seria difficoltà essere visti dagli altri, per alcuni è ancora più insopportabile essere uditi. Questi pazienti tendono a parlare molto piano, molto poco e alcuni smettono addirittura di farlo, quasi per paura di essere sentiti e colti nella loro fragilità, insicurezza e sofferenza, quasi a testimoniare un momentaneo e, a volte, definitivo Non Esserci. La persona sente quanto la voce la riveli e la esponga ai rischi del mondo e quindi mette in atto un atteggiamento volto al silenzio, una chiusura, un non permettere che la voce esca, quasi in segno di protesta al mondo, ad un mondo che a suo tempo non ha saputo o voluto o potuto ascoltare. 
Io ho capito in prima persona l'importanza della voce, e quanto essa sia testimonianza nel nostro Esserci, quando tempo fa mi avvicinai al canto. Sono sempre stata molto attratta da questa disciplina, ma per anni ero spaventata e diffidente, sempre scoraggiata dalla convinzione “sono stonata”, “non fa per me”. Solo nel mio graduale avvicinarla ho avvertito poco alla volta come nella mia voce risuonasse tutta la mia insicurezza, come il mio timore del canto fosse una cosa sola con il mio timore del mondo, ed ecco il mio rifugiarmi nel silenzio, nel non usarla, la voce. E la convinzione “sono stonata” costituiva tutto sommato una rassicurante sicurezza che mi esimeva dall'affrontare di petto la difficoltà. Solo passo passo scoprii che lavorare sulla voce, scoprirla gradualmente e dolcemente era una cosa sola con il rafforzare la mia sicurezza nello stare al mondo. 
Per mesi ho cantato sotto voce, temendo che gli altri mi sentissero e mi cogliessero in errore, nascondendomi dietro le altre voci del gruppo fino a che, un giorno, a forza di esercitarmi e prendere maggiore confidenza con il mio corpo e con me stessa sono riuscita ad apprezzarla almeno un poco, la mia voce, firma della mia presenza, e a prendere un poco di gusto nel lasciarla risuonare, nel permettere che occupi una stanza, nel permettere che altri la sentano. Questo era la mia preoccupazione maggiore: la paura di espormi con la mia voce al silenzio degli altri, una sorta di esperienza di nudità ingestibile. Ora canto a voce semi-alta, mi sento meglio con me stessa e un poco più sicura di me. Aveva proprio ragione Rilke nei Sonetti a Orfeo: “cantare é esserci”.

Tamara Da Canal