mercoledì 27 gennaio 2016

LIBERTA' E VINCOLO



E poi che la sua mano a la mia puose,
con lieto volto, ond'io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose
Cara lettrice, caro lettore, che significa secondo voi essere liberi? Di certo non si intende o lo stato o la condizione di chi non è prigioniero, o di chi non è vincolato, di chi non è legato da fatti o eventi ...
Provo a condividere con voi qualche riflessione in merito.
Io credo per cominciare che si possa parlare di libertà, o meglio di Persona libera, quando la Persona riesce ad esprimere se stessa in tutta la propria unicità, autenticità e irripetibilità. Sì, poiché ognuno di noi è preziosamente unico e irripetibile, e avere la possibilità di manifestare la propria autenticità e creatività in pienezza, è libertà vera.
Ma si può parlare di libertà anche quando sentiamo di avere in noi le capacità e le possibilità di compiere scelte nel quotidiano. Siamo liberi anche quando non soffriamo, non abbiamo paure, non abbiamo ansie, quando non ci sono “fantasmi” (scenari immaginari che raffigurano, in modo più o meno deformato dai processi difensivi, l‘appagamento di un desiderio inconscio) che limitano il nostro agire. Agire è certo strettamente legato a libertà: non sempre siamo liberi di compiere le azioni che desideriamo, ma sempre siamo liberi di desiderare, pensare, dare significato alle cose, alle situazioni. Non sempre e non tutti sanno riconoscere questo piccolo spazio di libertà a volte salvifico; sì, scrivo “salvifico” perché se la vita a volte ci toglie quasi tutto (ad esempio in situazione di guerre, di gravi malattie, di gravi lutti), la nostra libertà di scegliere di vivere o di ricominciare a vivere dando significato al bello del mondo intorno a noi, è una nostra libera scelta. La libertà di ognuno di noi finisce dove inizia la libertà di un‘altra Persona, è anche questo vero, ma questo significa “vedere l’altro” attraverso la sua libertà: in un rapporto autentico e pieno, in cui si riconosce la presenza dell‘altro, si pone attenzione e si riconosce la libertà dell‘altro come autentica espressione di quella Persona, prima ancora che di vincolo alla nostra libertà. La libertà dell'altro, attraverso la quale l'altro potrà offrirci la ricchezza della sua presenza, sarà uno degli elementi del mondo di cui dovremo tener conto, una delle condizioni, uno dei vincoli sulla base dei quali, nel rispetto dei quali, potremo esercitare la nostra libertà.
Perché ovviamente il mondo ci pone dei vincoli, basti pensare al contesto sociale; si comincia da piccoli, ci vengono posti i primi limiti e vincoli dell’agire sociale. Poi nel percorso scolastico la strada non è diversa, anche lì limiti e vincoli da parte di educatori ed istituzioni sociali. I genitori poi hanno l’arduo compito nel prendersi cura dei figli di rispettare il loro spazio di libertà ricordandosi che “i vostri figli non sono i vostri figli. Sono i figli e le figlie della fame che in se stessa ha la vita.” E ancora ricordandosi che “Voi siete gli archi da cui i figli, le vostre frecce vive, sono scoccati lontano” e “Potete custodire i loro corpi ma non le anime loro”, come scrive e insegna Gibran Kahlil Gibran. E’ certo difficile per i genitori calibrare il giusto grado di libertà da rispettare per i figli in base all’età. Lo spazio di libertà da osservare e rispettare deve essere uno spazio nel quale i figli sono in grado di scegliere; il rischio altrimenti è caricare i figli di troppa libertà che non sarebbero in grado di reggere. Se i genitori manifesteranno senso di responsabilità nelle decisioni, se sapranno decidere quando è loro compito decidere, anche i figli impareranno dalle loro azioni.
I vincoli ce li pongono poi anche molti altri contesti, sociali e lavorativi.
Il vincolo è necessario: non è sensato parlare di libertà ignorando il vincolo, la regola, la regolarità della condotta. Anche la natura è fatta di regole, di vincoli. E’ il senso di responsabilità a ricordarci che ci sono regole in noi e tra di noi, e che la libertà non può significare capriccio infantile o adolescenziale di chi vuole ignorare il resto del mondo solo a suo vantaggio. Quanti sono i vincoli! Ma tutte queste regole sociali e non sociali, ci rendono veramente meno liberi? Io credo di no, poiché non esiste libertà vera senza vincolo, senza regolarità, senza delimitazioni precise entro cui scegliere: tale genere di libertà diventa solo capriccio velleitario e distruttivo. Anche ogni atto considerato creativo, di un artista, di un progettista, di uno scrittore, si delinea entro certe regole che costituiscono la base della costruzione creativa. Creare (o per meglio dire costruire) il nuovo impone comunque la conoscenza delle regole sottostanti, magari da superare o da confutare, ma forzatamente da conoscere per poter liberamente esprimere “il nuovo” con adeguata fondatezza.
Elena Tosatti

giovedì 14 gennaio 2016

DAL SILENZIO ALLA VOCE


E poi che la sua mano a la mia puose,
con lieto volto, ond'io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose
Immediatamente, appena veniamo al mondo, gridiamo con la voce, o meglio con il pianto, la nostra presenza. Fin dall'inizio dunque la voce rappresenta il modo più semplice ed immediato, ma a volte molto complicato, per esprimere noi stessi e i nostri bisogni. Iniziamo a farlo attraverso il pianto fino a imparare a modulare la nostra voce e a differenziarla in base a ciò che vogliamo o dobbiamo esprimere: gioia, dolore, stupore, angoscia. La voce parlata si delinea e già esprime assai prima di apprendere qualsiasi articolazione pertinente al 
linguaggio; essa origina nella primissima infanzia sotto forma di imitazione di ciò che sentiamo intorno a noi. Pensiamo a tal proposito a quanto è importante per il neonato la voce della madre, che riconosce immediatamente in mezzo a molte. Essa rappresenta per lui non solo la sicurezza della presenza di lei ma anche addirittura dell'esistenza di lui stesso, è nel risuonare della voce materna che lui si accorge del proprio esserci, essa quasi lo fa venire al mondo, e grazie ad essa egli riuscirà ad organizzarsi e ad esprimersi in futuro. 
La voce ci serve per comunicare con gli altri, lascia tracce di noi stessi, lancia segnali, richiami, esprime i nostri desideri, ci fa stabilire un contatto con gli altri. Attraverso di essa ci apriamo agli altri, mostriamo noi stessi, lasciamo trapelare molti aspetti che l'ascoltatore, purché attento, potrà cogliere. Quante volte fingiamo di essere felici o indifferenti di fronte ad un avvenimento ma la voce ci tradisce, ovvero fa trasparire ciò che forse vorremmo nascondere e non ammettere agli altri e nemmeno a noi stessi. La voce esprime fedelmente la nostra presenza e rispecchia le nostre lesioni più profonde, ci rivela agli altri nella nostra totalità, ci mostra nudi al mondo. Essa può sedurre, incutere paura, sfogare il dolore, la gioia, essa è una cosa sola con il nostro Essere Umani. 
Oltre a permetterci di relazionarci con gli altri, la voce ci relaziona con noi stessi, è strettamente legata al nostro corpo da cui è generata e a cui ritorna come eco. Essa è, infatti, sentita dagli altri nel suo prodursi ed è sentita da noi sia attraverso le trombe di Eustachio sia dall'esterno, sicché il produrla è sempre controllato e modificato alla luce del sentirla. La voce e il respiro sono strettamente collegati, essa non può prescindere dall'aria; e la respirazione è il nostro scambio più immediato con il mondo. La voce è flatus, respiro, soffio vitale, testimonianza di una presenza, della vita; essa si sente, è il dentro fuori di noi, chiave psicologica della conoscenza dell'interiorità. Essa è affermazione dell'identità di ognuno di noi, dichiara la nostra presenza, è la nostra firma al mondo, ogni voce è testimonianza di un Esserci! 
La voce porta con sé e in sé la nostra storia e il nostro essere nel mondo, variando da persona a persona: come non troveremo mai due volti identici, così mai troveremo due voci identiche. La nostra storia e il nostro modo di essere rivivono attraverso la voce: ne è testimonianza la varietà di modalità espressive che possiamo usare, diverse in ognuno di noi. Quante volte abbiamo a che fare con persone che parlando a bassa voce ci rivelano la loro insicurezza, il loro timo re di fondo, la loro riluttanza ad aprirsi all'altro, mentre invece persone sicure parlano con voce forte e chiara. Queste differenze sono amplificate nella patologia: si pensi che se per molti pazienti è una seria difficoltà essere visti dagli altri, per alcuni è ancora più insopportabile essere uditi. Questi pazienti tendono a parlare molto piano, molto poco e alcuni smettono addirittura di farlo, quasi per paura di essere sentiti e colti nella loro fragilità, insicurezza e sofferenza, quasi a testimoniare un momentaneo e, a volte, definitivo Non Esserci. La persona sente quanto la voce la riveli e la esponga ai rischi del mondo e quindi mette in atto un atteggiamento volto al silenzio, una chiusura, un non permettere che la voce esca, quasi in segno di protesta al mondo, ad un mondo che a suo tempo non ha saputo o voluto o potuto ascoltare. 
Io ho capito in prima persona l'importanza della voce, e quanto essa sia testimonianza nel nostro Esserci, quando tempo fa mi avvicinai al canto. Sono sempre stata molto attratta da questa disciplina, ma per anni ero spaventata e diffidente, sempre scoraggiata dalla convinzione “sono stonata”, “non fa per me”. Solo nel mio graduale avvicinarla ho avvertito poco alla volta come nella mia voce risuonasse tutta la mia insicurezza, come il mio timore del canto fosse una cosa sola con il mio timore del mondo, ed ecco il mio rifugiarmi nel silenzio, nel non usarla, la voce. E la convinzione “sono stonata” costituiva tutto sommato una rassicurante sicurezza che mi esimeva dall'affrontare di petto la difficoltà. Solo passo passo scoprii che lavorare sulla voce, scoprirla gradualmente e dolcemente era una cosa sola con il rafforzare la mia sicurezza nello stare al mondo. 
Per mesi ho cantato sotto voce, temendo che gli altri mi sentissero e mi cogliessero in errore, nascondendomi dietro le altre voci del gruppo fino a che, un giorno, a forza di esercitarmi e prendere maggiore confidenza con il mio corpo e con me stessa sono riuscita ad apprezzarla almeno un poco, la mia voce, firma della mia presenza, e a prendere un poco di gusto nel lasciarla risuonare, nel permettere che occupi una stanza, nel permettere che altri la sentano. Questo era la mia preoccupazione maggiore: la paura di espormi con la mia voce al silenzio degli altri, una sorta di esperienza di nudità ingestibile. Ora canto a voce semi-alta, mi sento meglio con me stessa e un poco più sicura di me. Aveva proprio ragione Rilke nei Sonetti a Orfeo: “cantare é esserci”.

Tamara Da Canal

mercoledì 16 dicembre 2015

DELLE COSE INUTILI CHE FANNO VIVERE



E poi che la sua mano a la mia puose,
con lieto volto, ond'io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose
“Maestro, quello che stiamo facendo è una cosa inutile, lo sa?...  Proprio così, una di quelle cose inutili che fanno vivere!”
Ciò che stavamo facendo era cantare!

Questo articolo nasce dalla riflessione che spesso ci ritroviamo a vivere in una condizione di sonnambulismo, inermi di fronte a falsi bisogni imposti dall’esterno, dalla società. E i desideri più profondi, i desideri propri di ognuno di noi, desideri unici, senza che noi ce ne accorgiamo, lentamente scompaiono...
Rinunciamo spesso a vivere la vita nella sua pienezza. Riprendendo le parole di Roberta De Monticelli, rinunciamo a fare della nostra vita, una vita pensata.
E allora, ricordando il precedente articolo di Nadia Burzio, se il primo passo per essere presenti a noi stessi è imparare a godere del silenzio... il secondo passo sarà quello di scoprire che utile non è sempre ciò che serve a qualcosa, ciò che sempre ha un fine, uno scopo; utile non è sempre lo strumento per... Pensiamo a quanto può valere un sorriso nel momento giusto. Forse più di mille parole utili!
Ciò che dunque può far accedere alla pienezza della vita, è qualcosa che ha valore in sé. Il valore di una cosa in quell’esatto istante. Senza più ricercare i perché, le cause o gli effetti.

È necessario partire dalla vita di tutti i giorni per provare a rintracciare le piccole cose in grado di dare significato ai momenti che viviamo. Tali cose che illuminano la vita quotidiana e che aiutano così tanto a vivere possono essere una rosa, un gesto, una parola, una poesia, un sorriso, un canto, una telefonata, una carezza... E sono proprio tali cose inutili che ci aiutano, ci rafforzano e riscoprono la gioia di vivere, rendendo le nostre sofferenze un po’ più sopportabili. Troppo spesso le mettiamo da parte perché considerate poco importanti, perché il tempo è denaro e va impiegato in modo da ottenerne il migliore profitto.

“I primi giorni ero abbastanza disorientato... poi mi sono abituato. Ora corro sicuro da una stazione all’altra della metro... l’altro giorno un signore mi ha chiesto un aiuto: ho continuato a correre per prendere la metro.”
Sono discorsi sempre più frequenti e sentiamo di vivere un disagio, un allontanamento dalle nostre radici naturali, una sorta di alienazione. Sempre più frequentemente andiamo alla ricerca di una qualche formula segreta per cercare di stare meglio.

Proviamo a prendere in considerazione che ciò che accomuna le cose inutili prima elencate, è la bellezza! Allora ci rendiamo conto di quanto queste diventino indispensabili. Ci sentiamo irresistibilmente attratti dalla bellezza perché ci fa star bene.
Perché suscita e risveglia in noi emozioni, sentimenti e affetti.

A tal proposito mi torna alla mente la storia de Il piccolo principe: questi risponde alla volpe che gli chiede di essere addomesticata...

“[...] non ho molto tempo, però. Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose”. “Non si conoscono che le cose che si addomesticano”, disse la volpe. “Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!” “Che cosa bisogna fare?” domandò il piccolo principe. “Bisogna essere molto pazienti”, rispose la volpe.

Ed è proprio così: è necessario trovare il tempo anche per le cose che apparentemente ci possono sembrare meno utili, ma che poi si rivelano in grado di illuminare la nostra vita.
È il tempo che dedichiamo a qualcosa, in grado di renderlo così importante... proprio come la rosa del piccolo principe.
Dedicare richiama alla mente la devozione, dal latino devolvere, “consacrare alla divinità”. E non è forse anche questo uno dei bisogni specificamente umani? Erich Fromm contrappone la devozione alla mancanza di significato. L’uomo ha bisogno di una carta geografica del suo mondo naturale e sociale, senza la quale sarebbe confuso.
L’uomo ha la tendenza a perseguire costantemente il raggiungimento di un equilibrio e di un’unità con il resto della natura. Diversi sono i modi in cui si esprime il bisogno di punti di riferimento e di oggetti di devozione: esso può trovare risposte nella devozione a Dio, all’amore, alla verità.
Pensiamo a coloro che hanno vissuto in condizioni atroci, difficilmente immaginabili, pensiamo ai campi di concentramento. Primo Levi e come lui molti altri, hanno iniziato a creare arte. Creare un libro, creare una scultura... Hanno dovuto passare il testimone di una sofferenza terribile. E passare il testimone era l’unico modo per riuscire a vedere di nuovo il mondo in modo meno spaventoso e meno distante. Lo stesso tentativo di quella persona, di cui citavo le parole all’inizio dell’articolo, quella persona che per la sua personale esperienza ha conosciuto la grande sofferenza mentale.

Cantare può essere considerato inutile, ma indispensabile... solo di cose utili non è possibile vivere.

Claudia Fe

mercoledì 18 novembre 2015

ASSAPORARE IL SILENZIO



E poi che la sua mano a la mia puose,
con lieto volto, ond'io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose
Parte prima: frastuono, vortici di attivismo e silenzi 

Passa un’automobile nella strada sotto casa: un’autoradio a tutto volume, un Ritmo martellante e parole urlate invadono lo spazio di tutti.
Entri in un supermercato, in un grande negozio: anche lì da una radio a tutto volume ti arrivano parole veloci e incalzanti su contenuti per lo più scontati o insignificanti e vacui che apparentemente sembrano tessere dialoghi vitali, in realtà sono un continuo cicaleccio di parole vane. Per non parlare dei modi di celebrare collettivamente la festa: i botti di capodanno, i clacson per la vittoria di una squadra di calcio, il luna park di una festa patronale.
I titoli dei quotidiani talvolta ci dicono che per l’esasperazione da rumore si può anche uccidere.
E per fortuna esiste tutto un universo sonoro che il nostro orecchio non riesce a percepire: sono gli ultrasuoni e gli infrasuoni con frequenze troppo alte o troppo basse.
Mi dice un’adolescente: < Quando torno a casa da scuola e resto sola perché i miei genitori sono al lavoro, accendo la tv mentre pranzo, per riposarmi, mentre studio, quando telefono alla mia amica... così per tutto il pomeriggio.> < Perché? > dico io. < Perché mi fa compagnia > risponde.
Dunque, non sappiamo più lasciarci ospitare dal silenzio? Ci disorienta sostare in questo spazio senza confini?
È vero: il silenzio può essere fuga dal mondo, isolamento, solitudine, emarginazione, inquietudine, indifferenza, rancore, autismo, ricatto, reticenza, omertà. C’è il silenzio dell’immigrato che non conosce la lingua e quello imposto dalle dittature e dalle mafie; c’è il silenzio della malattia che si affronta da soli, il silenzio della morte, della depressione, del suicidio, della miseria. Alcuni credenti in momenti tragici della vita e della storia avvertono anche il silenzio di Dio.
Eppure ci sono vari silenzi portatori di significati positivi anche profondi, come ad esempio nei rapporti di amicizia e d’amore. C’è il silenzio di chi è concentrato, di chi è prudente, di chi è paziente. C’è il silenzio del mistico davanti a Dio o di chi è raccolto in preghiera: è in questo caso il simbolo della comunicazione assoluta. E così c’è il silenzio del monaco: il grande silenzio (come è ben raccontato nel film di P. Gröning). Il silenzio è calma, pacatezza, assenza di agitazione. Si può coglierlo in tutta la grande arte, nella musica e persino nella pittura e nella scultura: è la pace che si respira nellacomposizione.
Poi c’è il silenzio ovattato della neve che nel suo candore diffonde quiete. E ancora: i silenzi nelle varie situazioni della vita quotidiana e nelle relazioni umane hanno diverse possibilità espressive di cui forse l’occidente deve imparare a riscoprire la ricchezza multiforme. Ad esempio “ascoltare” il silenzio dell’altro quando parlo o porre attenzione ai lunghi silenzi in una conversazione mi consente di interagire in modo migliore.
E c’è persino il momento sublime del silenzio della parola poetica: < Nel ciel che più de la sua luce prende / fu’ io, e vidi cose che ridire / né sa né può chi di là su discende > (Dante, Par I, 4-6).
Ma la situazione più frequente in cui può trovarsi ciascuno di noi che non sia sommo poeta è quella di paura o sconcerto quando è immerso nel silenzio assoluto. Ci sentiamo soli, disarmati, senza appigli, in pericolo, perduti nel vuoto. Silenzio e solitudine ci paiono necessariamente e inscindibilmente congiunti. Allora il silenzio è vissuto e sofferto come vuoto e assenza anche quando ci troviamo in un ambiente popolato di cose a noi familiari o siamo in un luogo ben noto. Ma religione, filosofia, arte, letteratura, musica dimostrano che il silenzio non è assenza di qualcosa, al contrario è un bene irrinunciabile anche come sorgente di creatività; è il fiume in cui naviga il pensiero umano, come sostiene il prof. Stuart Sim in “Manifesto per il silenzio” pubblicato in Inghilterra all’inizio di settembre 2007. 

Parte seconda: silenzio, un appuntamento con se stessi 

Il silenzio ci spaventa, spesso, perché ci mette a nudo di fronte a noi stessi, ci assedia, ci costringe a non fuggire, ci impone di ascoltarci. Esige di lasciar “parlare” la nostra interiorità la cui “voce” può essere flebile o, più spesso, soffocata. Ci chiede la pazienza di ascoltare in modo non consueto, non con le orecchie, certamente. Ci obbliga a cercare la strada per stare bene e sentirci a nostro agio con noi stessi. Nel silenzio non possiamo non assecondare i nostri pensieri, liberare le nostre paure, lasciar fluire le nostre emozioni. E così capiterà che dalla nostra memoria affiori qualche immagine: un sorriso inaspettato su un volto incontrato nel pomeriggio, una stretta di mano, una parola detta con calore , il verso di una poesia, un fiore raccolto lungo il ciglio della strada in primavera, la dolcezza di una tenera frase d’amore, un “grazie” ricevuto ... piccoli gesti, piccoli eventi “inutili” che ci rianimano, ci rafforzano, allontanano da noi l’inquietudine e l’angoscia.
Quando ci si smarrisce, quando si precipita nel labirinto dell’ansia, quando il nostro pensiero si inceppa e ci divora è il momento di fermarsi. Ci si mette seduti o sdraiati in modo che anche il nostro corpo si a disteso e rilassato Ci si crea uno spazio e un tempo di silenzio, uno spazio di otium, un’oasi di pace; si respira profondamente e ci si affida, quasi ci si consegna alle nostre emozioni, per lasciarle emergere, espandere, a volte, esplodere. Forse abbiamo gli occhi chiusi o forse il nostro sguardo fissa la tazza di tè che abbiamo appena appoggiato sulla mensola, ma non la vediamo perché la nostra mente è concentrata su di sé: considera degne di esistere e quindi dà spazio ed accoglie voci, suoni e immagini della nostra interiorità e del sentire profondo. Il nostro io dialoga con se stesso, esplora, domanda, dà risposte in un fluire incessante ed armonioso o tormentato di pensieri che ci fanno vivere profondamente le più diverse emozioni. E ci è quasi difficile accettare la tenera commozione che ci invade quando attraversiamo le nostre gioie o le nostre paure, le angosce o la pienezza del vivere e del sentire. Così non vorremmo più risalire nel mondo caotico del frastuono delle nostre città. Vorremmo anche fisicamente forse trasferirci in luoghi silenziosi, dove i rumori sono soltanto le voci della natura: su una spiaggia deserta lambita dalle onde del mare, in un fitto bosco in cui filtra tra i rami la luce del sole, alle soglie di un nevaio, in un giardini fiorito. 
Dobbiamo conquistare tempi e spazi di silenzio per lasciarci penetrare e invadere da tutta la sua potenza espressiva e la sua carica comunicativa. Dobbiamo approdare alle spiagge del silenzio per godere della forza interiore, dell’immensità e del mistero che da esso emana. Il silenzio è il luogo della coscienza profonda, è il contatto con il fondo dell’abisso insondabile della persona, è la vera forza attiva che ci conduce alla radice dei significati, all’essenziale, al fondamento delle cose e ci fa ritrovare noi stessi. È necessario imparare a coltivare e valorizzare l’esperienza del silenzio come serenità e quiete psichica. Occorre educarci alla capacità di fare silenzio; è importante conoscerlo, apprezzarlo, stringere un’amicizia affettuosa con il silenzio, perché quest’ultimo non è né antipatico, né fastidioso e neppure nemico della parola. Dobbiamo forse imparare anche a godere del silenzio, ad assaporarlo e gustarlo come un buon cibo non soltanto per evitare i danni alla nostra salute provocati da eccesso di rumori, come aggressività, ipertensione, stress, disturbi cardiaci. Il silenzio è simpatico, ci consente di dimorare presso di noi, di sostare in compagnia con noi stessi, di stare bene, di sentirci a nostro agio, in armonia e in dialogo con la nostra interiorità, sicuri che < il silenzio è come l’utero dove germoglia la parola autentica, vera, essenziale e dove il dialogo trova la sua matrice originaria > (E. Bianchi). 

Nadia Burzio

giovedì 12 novembre 2015

CONCERTO DEL CORO DOLCEMENTE E DELL'ENSEMBLE DI NOTABENE

Il gruppo polifonico Dolce Mente di Cura e Cultura 
e strumentisti e cantanti dell’associazione Notabene di Ivrea vi invitano il 
28 novembre 2015  ore 17.00
presso il Teatro comunale di San Giorgio Canavese 
per un concerto un po'... distorto! 
L'evento è stato organizzato da Casa Bordino (www.casabordino.org), 
con il patrocinio del Comune di San Giorgio Canavese.  

VI ASPETTIAMO NUMEROSI!!!