venerdì 7 novembre 2014

SUL POTERE NEL PRENDERSI CURA (DEGLI ALTRI E DI SE')

E poi che la sua mano a la mia puose,
con lieto volto, ond'io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose



Cara lettrice, caro lettore, oggi vorrei riflettere con voi sul potere, in particolare sul potere di chi assiste, cura, si prodiga, dà, sul potere del guaritore, del terapeuta, al quale in genere si attribuisce valore simbolico di sacrificio, altruismo, sensibilità.
A ben pensare la maggior parte delle professioni è o dovrebbe essere in qualche modo al servizio della salute e del benessere dell’uomo: tuttavia le attività connesse al prendersi cura, quelle terapeutiche per intenderci, dello psicoterapeuta come del sacerdote, dell’insegnante come del medico, dell’assistente sociale, dell’educatore richiedono atteggiamenti e impegno particolari, diretti inequivocabilmente ad aiutare gli infelici, gli ammalati e tutti coloro che in qualche modo abbiano smarrito il loro cammino. In queste figure entra in gioco, in maggiore o minor misura, l’immagine del guaritore, di colui che si prende cura.
C. G. Jung chiama archetipi queste immagini interne, originali, primordiali, sorta di modelli interiori di comportamento; e chiunque abbracci nella propria vita il compito tutt’altro che leggero dell'assistere, del guarire, dovrà aver a che fare con l'archetipo del guaritore. Esso si fonda su due poli, su due possibilità intrinseche dell'essere umano, della Persona. Ogni Persona può essere malata, stressata, disorientata, incapace di far fronte alla propria vita; viceversa ogni Persona può anche lenire con la carezza, guarire.
Chi assume un ruolo terapeutico non può considerarsi veramente guaritore se non conosce la malattia, la sofferenza, se non le riconosce nel suo intimo: deve avere – chi non ce l'ha? – e soprattutto riconoscere la propria ferita dentro di sé. Il suo interesse per il prendersi cura nasce proprio dalla consapevolezza che ogni vita, umana e non, è esposta a sofferenza, a malattia, a smarrimento. Per curare e assistere l'altro il guaritore deve conoscerla, la sofferenza: come può farlo, se non conoscendo la propria? Egli al pari del malato è esposto a sofferenza, a malattia, a smarrimento. Ma sa dialogare con essi, almeno si spera, sa riconoscerne la natura di importanti occasioni perché la Persona venga alla luce nella sua pienezza, sa trovarne un senso in relazione al suo cammino di vita. Questo può offrire al sofferente, e non è poco.
Ma il potere, dov’è in tutto ciò? Certo il guaritore, proprio per quello che hai appena letto, ha molto potere nei confronti del sofferente, potere ingigantito dal bisogno e dalla sofferenza stessa dell'altro. 
E in questo grande potere si annida per il terapeuta il grande rischio di sentirsi superiore al paziente, di squalificarne ogni dubbio o parola perché parola del malato, quindi sintomo, quindi segno di malattia, o comunque parola di incompetente, di non addetto ai lavori. È questa l’ombra del terapeuta: è importante – di più, indispensabile – che il terapeuta conservi memoria della propria ferita e sappia sempre che curando gli altri sta anche curando la propria malattia, il proprio malessere personale, esistenziale. Più il terapeuta crede di essere sano, immune dalla fragilità, più vedrà il "guasto" soltanto in chi gli sta di fronte e più crescerà la distanza tra i poli dell’archetipo ferito - guaritore, distanza che invece deve attenuarsi. Il rischio per lui sarà di istallarsi sull'unico polo del guaritore, con il quale finirà per identificarsi, sbarazzandosi così della propria umana realtà, della propria debolezza, che saranno invece proiettate su chi gli sta vicino, sui pazienti, sui colleghi, sui familiari, gli amici. Sappiamo che la parte repressa dell’archetipo è sempre proiettata inconsciamente sul mondo esterno; il paziente invece tenderà a proiettare sul terapeuta il proprio guaritore interno, la sua parte non riconosciuta che lo salverebbe, la attribuirà tutta a lui anziché svilupparla riconoscendola come indispensabile aspetto salvifico di sé. Ogni terapeuta corre il rischio di identificarsi con i propri strumenti dimenticando la propria fragilità, tanto più quanto più si affanna ad accumular strumenti e tecniche trascurando il rapporto con la propria sofferenza. In realtà, identificandosi con la salute, il potere, la forza, egli corre il rischio di diventare ancora più inconscio del suo paziente. Il linguaggio del potere infatti gli insegna tutti i trucchi per difendersi, negare e rimuovere la sua ombra segreta (la sua fragilità, i suoi disturbi, le sue incertezze). E questa rimozione gli renderà impossibile avere un rapporto vero con la propria psiche profonda, nonché autentici rapporti umani.
Jung considera questa inflazione psicologica quasi un passaggio obbligato, una seduzione inevitabile con cui ogni terapeuta deve fare i conti sulla strada dell’integrazione dei contenuti dell’inconscio. Nel suo saggio intitolato "L’Io e l’inconscio" scrive: "non ho ancora assistito a uno sviluppo più o meno progredito di un processo analitico di questo genere, dove non avvenisse almeno temporaneamente un’identificazione con l’archetipo della personalità mana", in cui cioè il guaritore nella forma di eroe, mago, medico, santo o capo tribù, non perdesse almeno temporaneamente il contatto con la propria fragilità.
L’archetipo ferito-guaritore abita il mondo interno di ognuno di noi, anche di te che stai leggendo in questo momento: se presti un po’ d’attenzione a come a volte ti poni nei confronti degli altri, se con un piccolo sforzo ti dici proprio le cose come stanno, se sei sincero e onesto con te stesso, noterai che questo rischio è anche affar tuo, come lo è per chiunque debba gestire del potere. Ma è difficile da riconoscere e da ammettere. Questo rischio, al pari delle altre ombre che albergano dentro di noi, deve esserci ben presente, non deve essere occultato a noi stessi ma al contrario è nostro dovere tenerlo sempre ben presente. Quando disponiamo di un potere, a maggior ragione se di un potere grande, dobbiamo sempre sapere con chiarezza cosa vogliamo farne, di quel potere, come indirizzarlo. Il potere del guaritore è il potere del sofferente che questi non riconosce in sé e proietta sul terapeuta. È dovere del guaritore trasferirlo, restituirlo al sofferente, operare in modo che il proprio potere diminuisca e quello dell'altro aumenti. Il potere non è mai nostro, passa soltanto per le nostre mani e deve andare verso quelle di coloro che ne hanno di meno.

Andrea Montagnini

giovedì 23 ottobre 2014

IN NOME DEL PADRE

E poi che la sua mano a la mia puose,
con lieto volto, ond'io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose
Qualche sera fa insieme ad un caro amico ci siamo ritrovati a fare alcune riflessioni che vorrei condividere con te, caro lettore, su ciò che oggi rappresenta la figura del padre.

Tutto nasce da un articolo di Giorgio Boatti su "La Stampa", dal titolo a mio avviso sarcastico ma neanche troppo: "Abbiamo fatto la festa al papà". Si tratta di una riflessione sui cambiamenti che hanno coinvolto la figura del padre, il suo ruolo e il tipo di autorità da lui rappresentata nei diversi periodi storici fino ad arrivare ad oggi, recensendo un libro pubblicato da Marco Cavina "Il padre spodestato. L'autorità paterna dall'antichità ad oggi".

È un'interessante carrellata che inizia dalla figura del padre nella civiltà romana, quando la patria potestà era intesa in modo totalizzante: il padre aveva il diritto di vita e di morte sui propri figli, era una grande mano in grado di decidere, anche in caso estremo, sulla stessa esistenza della prole, nonché di dirigere ed esercitare l'autorità in termini di potere assoluto.

L'articolo ricorda che solo con la rivoluzione francese venne abolita la patria potestà in termini assoluti: si trattò di un cambiamento radicale, non solo in termini giuridici, che scardinò una impostazione mentale durata secoli. Certo dovette passare ancora del tempo per arrivare agli anni sessanta del secolo scorso e ai mutamenti giunti insieme alla contestazione giovanile, che hanno sottolineato il primato del singolo, a tutt'oggi vigente come una delle caratteristiche della nostra società individuale e individualista.

La struttura della famiglia si modifica sotto i colpi del pensiero e i ruoli di autorità divengono più sfumati: non si parla più di patria potestà, ma di responsabilità genitoriale, in cui chi definisce le regole per la crescita dei minori sono sempre più spesso altre agenzie formative come la scuola, e altre figure come gli educatori, gli insegnanti, i psicologi, ecc..

Attualmente nell'odierno linguaggio comune il termine autorità credo sia inteso, anche da te lettore, soprattutto come figura giudicante, sanzionante, figura che come tale non ispira una gran simpatia. E' il modo, assai parziale ma molto comune, non di rado tinto di una certa diffidenza e distanza, con cui siamo abituati a pensare a questa parola e al suo significato. Ma forse ti sorprenderà sapere che in origine, etimologicamente, autorità, al pari di autore, derivano entrambi dal latino auctor-oris, che significa colui che promuove la crescita, che fa avanzare, che potenzia. Quanta differenza! Quanta ricchezza di implicazioni si perde in questa nozione se la si limita al solo giudice severo che sanziona!

L'autorità, certo intesa in questa accezione e non in altra, è invece figura indispensabile in qualsiasi relazione interpersonale caratterizzata da una forte disparità di potere (genitore figlio, insegnante allievo, terapeuta paziente e così via): il primo termine di ognuna di queste coppie, l'auctor, proprio in quanto promotore di crescita, proprio in quanto figura che fa avanzare, che potenzia, deve essere in primo luogo una base sicura che permette all'altro, al figlio, all'allievo, al paziente di fare esperienza in un ambiente sicuro in cui possa conoscere e agire: il bambino ha bisogno della sicurezza rappresentata dal genitore per imparare a muoversi con i suoi pochi strumenti nel mondo, per conoscerlo e per agire. Ma chi promuove, chi fa avanzare, chi potenzia, deve poi anche rendere possibile lo scambio fiduciario, sapere essere cioè oggetto di fiducia e in seguito insegnare all'altro a essere lui stesso oggetto di fiducia, perché solo in un contesto fiduciario, in cui l'altro rappresenti sicurezza e affidabilità, la Persona può articolare nel mondo la sua manifestazione.

Certo la figura di autorità, autorevole, promuove la crescita, sprona e incoraggia ma anche ferma, contiene, ricorda e definisce i limiti. Operazione non semplice ma indispensabile: che si tratti di imparare a 'saper fare' (andare in bicicletta, guidare, fare i calcoli) o a 'saper vivere' (avere rispetto degli altri, di sé, avere delle regole di vita, ecc..) la consapevolezza dei limiti, propri e del mondo, è condizione basilare per qualunque azione.

Che significato può avere tutto questo nella nostra società che considera la libertà personale un valore assoluto, che considera la nozione di limite con un certo fastidio, che valorizza l'assenza di limite, la situazione estrema?

Credo, caro amico lettore, che non ci possa essere autentica libertà personale senza etica e morale, senza un chiaro ed esplicito riconoscimento dei ruoli e delle responsabilità che i ruoli comportano: la autorità vera è quella di coloro la cui presenza accresce la sicurezza di chi è più fragile, pone le condizioni perché chi ha meno potere possa svilupparne di più progressivamente colmando il gap di partenza e acquisendo sicurezza, autonomia, affidabilità. L'autorità nel significato etimologico tende a redistribuire il suo potere, ad attenuare il dislivello iniziale, ha fatto la sua parte quando l'altro è diventato a sua volta autorevole.

E il nostro protagonista, il padre, dove si colloca in queste poche righe di riflessione?
Mi piace pensare e credere che il padre, proprio perché portatore di sicurezza e di fiducia, proprio in quanto figura di autorità amorevole debba essere oggi più che mai presente. Presente con la voglia di costruire un ambiente stabile dove poter fare esperienza anche se il mondo cambia di continuo; presente come persona di fiducia, così rara da trovare eppure così indispensabile; presente con la voglia, anche se giornalmente faticosa, di aiutare non solo ad avere tante cose e oggetti, ma ad avere il senso delle cose, il rispetto degli oggetti; presente come voce che sostiene, incoraggia, che sa spronare e sa fermare quando è il caso. Cari lettori che siete anche papà, avete un ruolo difficile ma indispensabile: non scoraggiatevi per questo, non tiratevi indietro, non abdicate, c'è bisogno di voi e del vostro aiuto per crescere e diventare adulti veraci!
  

Elena Iorio

venerdì 10 ottobre 2014

LA NOSTRA LIBERTA' TRA SCELTA E REGOLA

E poi che la sua mano a la mia puose,
con lieto volto, ond'io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose
La mia libertà ... la tua libertà ... Dove finisce la mia comincia la tua ... In quanti modi parliamo di libertà! Che parola importante è mai questa! Oggi noi vogliamo dare un piccolo contributo alla riflessione su questa nozione, senza però farne una faccenda ideologica, senza per forza simpatizzare per questa o quella parte politica: piuttosto per riscoprirla, la libertà, per vedere dove si annida, o almeno provarci, nella piccola concretezza del nostro vivere.

Cosa significa essere liberi? Proviamo a dare diverse risposte. Una potrebbe essere: siamo liberi quando sappiamo cosa fare e quando farlo. Mica male: ma più facile a dirsi che a farsi! D'altronde la libertà ci sembra condizione fondamentale e specifica della Persona: non riusciamo a pensare a una Persona nella pienezza della sua manifestazione e creatività se non come libera, e una Persona non libera ci sembra che fatichi di più a essere pienamente Persona.

Cosa significa essere liberi? Siamo liberi, questa è un'altra risposta, quando sentiamo di avere la capacità, dentro di noi, e la possibilità, fuori di noi, di decidere tra le diverse opzioni che ci si presentano nel quotidiano. Il mondo certamente influenza le nostre decisioni, a volte ostacola la realizzazione dei nostri desideri, ma in quasi tutte le circostanze, se non in tutte, ci rimane sempre comunque un qualche spazio di effettiva libertà entro il quale compiere delle scelte. Forse non sempre possiamo fare, ma sempre possiamo pensare. L'azione ci può venire proibita, ma il dare significato alle cose, no, è ben difficile che ci venga impedito ... almeno finché siamo vivi. Sul dopo, non sappiamo un granché. L'importante è riuscire a riconoscerlo, questo piccolo spazio di libertà che da qualche parte sempre conserviamo.

Talvolta non è facile riconoscerlo, questo spazio di libertà. Altre volte invece le troppe possibilità ci disorientano e ci paralizzano. Una banale influenza limita la nostra libertà, ci costringe a letto, non possiamo uscire di casa, dobbiamo rinunciare ai nostri importanti impegni, ma pensa invece all'improvvisa vincita di una grande somma di denaro, che ci spalanca quasi illimitate possibilità ancora più pericolose della privazione della libertà. Che fine hanno fatto molte delle Persone che hanno vinto somme strabilianti nelle lotterie?

Anche il nostro stato emotivo, il nostro modo di sentirci può limitare la nostra libertà. Quando siamo più incerti, insicuri, fragili, quando abbiamo paura è assai difficile operare delle scelte. In questi momenti siamo assai poco liberi… Scegliere, si sa, implica anche la possibilità di sbagliare, ma proprio poter scegliere ci fa sentire unici e autonomi, ci dà sicurezza. Viceversa dobbiamo essere sufficientemente sicuri e autonomi per permetterci di correre il rischio di sbagliare, e anche davvero magari sbagliare, senza che questo diventi il fallimento della nostra vita!
Nel percorso scolastico, in quello lavorativo e in generale nel percorso di vita nei primi tempi ci troviamo a compiere scelte di minore portata – pensa alle scelte dell'infanzia – e solo in seguito riusciamo ad esercitare la nostra libertà su scelte di portata sempre più ampia, che riguardano noi stessi e gli altri. I genitori nel prendersi cura dei figli devono fare attenzione a rispettare lo spazio di libertà all’interno del quale i figli sono in grado di scegliere e non caricarli di libertà (e responsabilità) che non competono loro e che non sarebbero in grado di reggere. Se i primi assumeranno sulle loro spalle la responsabilità delle proprie decisioni, se decideranno quando è compito loro decidere, i secondi progressivamente impareranno a farlo e a crescere liberi.

Poi c'è il complesso rapporto fra la libertà il suo opposto, fra libertà e regola, vincolo.
Non ha senso parlare di luce se non in relazione a oscurità, e viceversa. Così non ha senso parlare di libertà prescindendo da vincolo, da regola. La parte naturale di ciascuno di noi, il corpo, è caratterizzata dalla regola, come la natura che ci dà origine: l’alternarsi del giorno e della notte, l’inspirazione e l’espirazione, il battito cardiaco. Cosa succede quando queste regolarità si alterano? Non è, proprio oggi, una preoccupazione planetaria tentare di interferire il meno possibile con le regolarità naturali (oggi si dice ambientali) per garantire un mondo vivibile ai nostri figli? È proprio il senso di responsabilità, verso noi stessi e verso gli altri, a ricordarci l’importanza della regola nei rapporti fra noi. Non essere i soli al mondo ci ricorda che libertà non può significare capriccio, il capriccio infantile di chi ignora che il resto del mondo è la base del suo stesso esistere: la vita in comunità implica il rispetto delle regole… Ma attenzione: questo proliferare di regole non ci rende meno liberi, al contrario delimita con precisione l'ambito delle scelte e per questo le rende possibili. Perché le regole sono vincoli e insieme mattoni per ogni costruzione.
Non posso fare nulla escludendo qualsiasi regolarità. Libertà avulsa da regola, contrapposta a regola diventa capriccio distruttivo.

Cosa significa essere liberi? Significa anche esprimere la propria creatività: l’artista, il progettista, il politico apportano delle innovazioni e dei cambiamenti nel mondo, ma non dimentichiamo che anche ciascuno di noi lo fa, creando la propria vita secondo le proprie inclinazioni, secondo la propria virtute, la propria norma. L’originalità tipica di ogni atto creativo è sempre collegata a una qualche regola che rappresenta il mattone della costruzione creativa. Se la creatività perde la regola diventa arbitrio, e non libero (arbitrio). Creare il nuovo impone la conoscenza della regola: comunque, per essere infranta o superata dovrà pur essere conosciuta! Qualsiasi invenzione o innovazione è preceduta sempre da una profonda conoscenza della materia e delle regole che sono alla base per la costruzione creativa.


Claudia Fè ed Elisa Vigna

venerdì 29 agosto 2014

COSI' FAN TUTTE di Wolfgang Amadeus Mozart

E poi che la sua mano a la mia puose,
con lieto volto, ond'io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose

L'Associazione Cura e Cultura 

organizza, nell'autunno 2014, due seminari introduttivi all'opera lirica 

"COSI' FAN TUTTE" 
di Wolfgang Amadeus Mozart 

e la successiva visione dell'intero spettacolo. 

Per l'intera manifestazione verranno utilizzate diverse versioni dell'opera tutte di alto profilo culturale. Durante i seminari verrà letto e analizzato il libretto e le arie di maggiore rilievo dell'opera.

I seminari si svolgeranno presso Casa Iorio, corso Vercelli 258 a Ivrea (TO) nei giorni:
28 settembre 2014 - ore 14.00-18.00
26 ottobre 2014 - ore 14.00-18.00

La visione completa dell'opera avverrà, sempre a Casa Iorio,  il
23 novembre 2014 - primo atto ore 10.00-12.00, secondo atto ore 14.30-17.00

(l'Associazione organizzerà, per il giorno 23 novembre; anche un pranzo a prezzo agevolato in un ristorante nei pressi di Casa Iorio

Il costo dei due seminari più la visione completa dell'opera è di 70€. Per chi non l'avesse ancora pagata, occorre aggiungere la quota associativa 2014 di 50€

Per info e prenotazioni telefonare al 3389685286 o scrivere a curaecultura@gmail.com


mercoledì 27 agosto 2014

UNICITA' E PRIMATO: NON CONFONDIAMO PER FAVORE...

E poi che la sua mano a la mia puose,
con lieto volto, ond'io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose
Cara lettrice, caro lettore, vorrei iniziare questo nostro piccolo dialogo dicendovi prima di tutto chi sono e su cosa cercherò di riflettere insieme a voi. Sto per laurearmi in psicologia: da una parte sono contenta del compito che mi viene affidato, scrivere questo articolo, ma dall'altra sono anche un po' preoccupata, per la mia giovane età, per la mia poca esperienza nello scrivere, soprattutto su un tema così importante, per me e credo anche per te, quale l'unicità della Persona, di ciascuno di noi.
Cercherò quindi di esporti i miei pensieri, nella speranza che siano anche un po' i tuoi e che suscitino in te qualche emozione e, perché no? il desiderio di rispondere a queste mie righe.
Sai, la prima cosa che mi viene in mente quando mi trovo a riflettere sull'unicità, sull'essere unici - proprio esattamente come me non c'è nessuno, ma neanche esattamente come te, possiamo qualche volta somigliarci tanto ed essere anche gemelli, ma tu guardi sempre il mondo da un punto diverso dal mio e in quel punto ci sei solo tu, quel punto sei tu e nessun altro può occuparlo - scusami il lungo inciso: ti dicevo, la prima cosa che mi viene in mente, quando penso all'unicità, è il momento "magico" della nascita. Nascendo, siamo subito di fronte alla prima esperienza di unicità, occupiamo un piccolo posto nel mondo, in quel posto e a quell'ora, che nessun altro occuperà mai più in futuro e non ha neppure mai occupato in passato.
Sembra una cosa ovvia, no? persino banale, ma non ti sembra lo stesso stupefacente?
Non nascerà mai più una Persona come te: con i tuoi tratti, il tuo temperamento, il tuo carattere bello o brutto che sia, le tue particolarità, le tue tenerezze, le tue simpatie e antipatie, i tuoi slanci, le tue tristezze. Tu eri unico già allora, quando venisti al mondo, anche senza aver ancora compiuto alcuna impresa memorabile e neppure banale.
Ovviamente la tua unicità non si limita al nascere - sembra proprio che non sia un fatto tanto raro ed esclusivo, nascere - ma, ti ripeto, da quel posto, a quell'ora, comincia qualcosa che premerà dentro di te per tutta la vita e ti costringerà, volente o nolente a essere, anzi a diventare quello che sei nel tuo particolare modo di essere, di esprimerti, di ricercarti e di trovarti, così caratteristico, così diverso da quello di chiunque altro.
Comincia qualcosa, in quel posto e a quell'ora, di unico e prezioso, che però, attenzione, è destinato a scomparire e anche a morire senza un TU che lo riconosca per quello che è, che gli dica "questo sei tu!".
Come afferma Jessica Benjamin (1995), senza il riconoscimento dell'altro noi non potremmo mai, non solo essere, ma neppure sentirci noi stessi. L'autrice lo dice riferendosi alla prima relazione intima della nostra vita, quella con la madre e ricordando l'importanza estrema che essa svolge per il nostro sviluppo e la nostra sicurezza. Penso a due modi dell'amore già presenti in questa relazione primaria e che potranno ripresentarsi in quelle future: una mamma guarda il suo bimbo, lo riconosce e lo ama per quello che è, perché è lui; oppure una mamma elogia e gratifica il suo bambino quando questi supera se stesso e compie qualche impresa particolare. La mamma del "ti amo perché ci sei", e la mamma del "ti amo per quello che fai". Si tratta di forme d'amore complementari, entrambe necessarie, ma che devono essere presenti in un delicato equilibrio, senza che nessuna delle due soffochi l'altra: certo, l'aspetto volto al rinforzare e all'incentivare il bambino a fare del suo meglio è importante e deve essere presente nella relazione. Ma se è eccessivo, se spinge soltanto alla competizione, se spinge soprattutto a vincere contro l'altro (e quindi a combatterlo!), se fa dimenticare l'importanza del cooperare fa anche dimenticare che l'altro, il tu, è aspetto fondante della mia stessa identità. Allora i pericoli sono grandi: rischiamo di cadere in una frequente confusione, quella di associare l'unicità di una Persona al primato che essa ha in un determinato ambito (quante volte sentiamo dire "sei unico" riferito ad una particolare dote canora, calcistica.). Ma la nostra unicità è una questione di qualità, siamo unici per l'irripetibile combinazione di qualità che ci caratterizza, mentre il primato è questione di quantità. È ben diverso sentirsi unici per ciò che siamo dal sentirci unici quando siamo in cima alla classifica e abbia vinto sull'altro.
Ma come fa l'altro, il tu, a essere specchio fondante della mia identità se lo vedo sempre solo nell'ottica del vincere-perdere, del primato a tutti i costi, della competizione? Noi non possiamo fare a meno dello sguardo degli altri, del loro punto di vista. Ciascuno di noi, tu, io, lui è un balcone sull'universo, ci rivolgiamo agli altri, interagiamo continuamente con loro e ne abbiamo bisogno, abbiamo bisogno di tutti gli altri balconi per poter crescere ed esprimerci, ognuno ci è prezioso per allargare il nostro punto di vista e vedere ciò che da soli non possiamo vedere. Il mio punto di vista, ciò che vedo da quel balcone è un piccolo settore, e io non vedo quello che vedi tu e il tuo punto di vista, sicuramente diverso dal mio, mi è unico, prezioso e mi arricchisce.
Unicità non significa primato, neppure perfezione. Significa singolarissima combinazione di qualità, intrinseca in ognuno di noi, significa firma di un particolare modo di essere e di stare al mondo, che non ha eguali. Dell'essere tu, lettrice o lettore, ce n'è proprio solo uno al mondo e se lo dimentichi, se dimentichi il tuo valore, il tuo sconfinato valore, la tua vita appassisce! Spero di aver mosso qualcosa dentro di te e sarei proprio contenta di ricevere poche righe (o tante, se vuoi) per sapere come la pensi tu al riguardo. Per tutto l'articolo mi hai sentito parlare dell'importanza dell'altro e del suo punto di vista per completare il nostro. Quindi ora ti invito a farlo, per completare il mio. Se ti va, ovviamente!

Tamara Da Canal e Giorgio Moschetti

mercoledì 23 luglio 2014

NOI SIAMO LA NOSTRA STORIA

E poi che la sua mano a la mia puose,
con lieto volto, ond'io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose
Forse questo titolo ti fa pensare alla storia in senso scolastico, a date, a battaglie, ad avvenimenti in genere. Nel nostro pensiero questa è una delle tante storie anzi, forse, è la storia con la “S” maiuscola, quella che di solito scrivono i vincitori riportata nei libri che studiamo a scuola. Fondamentale certo per capire la cornice del tempo in cui viviamo, certo, chi siamo e dove siamo collocati. Questa storia è la nostra memoria, ma non è la sola. Caro lettore, hai mai riflettuto sul fatto che anche tu, come ogni essere umano, hai una storia di cui sei parte, fatta di luoghi, immagini, ricordi, persone e sentimenti?
Ma quando, ma come nascono la tua, la mia, le nostre storie personali?
La nostra storia comincia nel momento in cui diventiamo un progetto nella mente di qualcuno: da lì parte il tutto, la ricerca della nostra presenza o il prendere atto che già ci siamo senza essere stati così coscientemente pensati. Questo è già parte di noi, del modo in cui le persone pensano a noi prima ancora della nostra presenza fisica nel mondo.
E come?
Questo è il nostro primo bivio, quello che dà una prima direzione alla nostra esistenza: possiamo essere il figlio desiderato dopo tanti anni, l’ultimo figlio di una famiglia numerosa, possiamo essere il maschio - la femmina che tutti aspettavano o meno, possiamo essere sani o avere un problema fisico, possiamo essere una sorpresa fatta di meraviglia, stupore, ma anche di dolore e sofferenza.
Venire a conoscenza del come siamo stati pensati corrisponde già ad un primo passo in una delle innumerevoli possibili direzioni della nostra storia.
Chi scrive la nostra storia?
All’inizio della nostra esistenza, lo dicevamo poco fa, ciascuno di noi a seconda della sua sensibilità può collocare il caso, o la natura, o una volontà divina (qualunque nome noi le diamo), o altro ancora. Noi pensiamo che sia come lo scrittore che intinge la penna nell’inchiostro e traccia il primo segno.
Ma chi dà un senso a ciò che è stato scritto e continua a tracciare altri segni?
Certo è molto semplice pensare che sia lo stesso scrittore iniziale a proseguire il proprio lavoro e che quindi tutto dipenda da lui, senza volontarie interferenze da parte di nessuno. Ma allora, caro lettore, se è tutto già immutabilmente predeterminato, che ce ne facciamo della mia e della tua volontà, della nostra capacità di decisione, del nostro libero arbitrio? Sono solo pallide illusioni o esistono veramente?
Noi crediamo che esistano e che siano fondamentali. Hermann Hesse scrisse: “Il destino non viene… da una sola direzione, ma cresce dentro di noi”. E qui che il nostro libero arbitrio, la nostra capacità di scelta, il nostro muoverci nel mondo acquistano significato. Dopo quel primo segno tracciato, siamo noi che dobbiamo prendere in mano la penna e continuare a scrivere la nostra storia, responsabilmente, consapevoli anche degli inevitabili errori che sicuramente sono parte del nostro cammino.
Che senso ha nella nostra vita conoscere la nostra storia?
Riflettere sulla nostra storia, ci aiuta a darle un significato, una direzione, a sapere chi siamo e dove vogliamo andare, a diventare non solo attori di una parte pensata da altri, ma scrittori, registi e protagonisti della nostra esistenza, diventando autentici artefici del nostro destino.
È veramente triste interpretare come semplici “attori” una vita scritta da altri: è vero, ci solleva da tante responsabilità, ma ci lascia uomini internamente piccoli. Il fatto, caro lettore, è che se anche tutto ciò richiede fatica e impegno è tuttavia la sola, proprio l'unica chiave per aprire la porta a un vivere pieno di significati.
Siamo parte della nostra storia o è lei che è parte di noi?
La domanda è pretestuosa: in realtà solo l’integrazione di queste due parti ci aiuta ad aprire quella porta, solo il loro completarsi, il loro fondersi diventando un tutto ci permette di crescere e vivere come esseri umani veramente completi. Noi pensiamo che proprio questa sia la vera responsabilità di ognuno di noi: il cercare il senso, il chiedersi il perché e non accontentarsi di risposte facili e già preconfezionate da altri. Vivere la nostra storia è esserci al completo con la mente, con il cuore e con l’anima.
Forse aveva avuto la giusta intuizione Oliver Wendell Holmes quando affermò che … “La vita è come dipingere un quadro, non come tirare una somma!”.



Giuseppe Cappuccio, Elena Iorio

mercoledì 9 luglio 2014

PERSONA E CORPO

E poi che la sua mano a la mia puose,
con lieto volto, ond'io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose
Caro lettore, oggi ci ritroviamo per riflettere su un argomento molto importante: il corpo, che in primo luogo è sempre il nostro corpo. Che cosa rappresenta per noi il corpo? Non è soltanto un oggetto tramite il quale abitiamo questo mondo, ma è la parte di noi che collega la nostra psiche al mondo stesso. Purtroppo nelle società occidentali siamo soliti suddividere nettamente la mente dal corpo come fossero due aspetti distinti e non piuttosto modalità diverse con cui la stessa realtà si manifesta. Questa tendenza trova origini antiche sin dalla filosofia cartesiana, è profondamente radicata nella nostra società, ma questa separazione non trova alcun riscontro nella nostra realtà vissuta.

Lettore caro, pensa per esempio a quando stai vivendo un’emozione, a quando sei felice oppure arrabbiato. L’emozione è un profondo movimento psichico che produce cambiamenti corporei evidenti, per esempio l’aumento del battito cardiaco, della sudorazione e del rossore in viso. Questi cambiamenti corporei trovano origine nella psiche e quindi non riescono più di tanto a essere controllati. Ti è mai capitato di parlare in pubblico o di fronte a un gruppo di persone? Pur riuscendo a controllare il messaggio da trasmettere non riuscirai a impedire più di tanto che le tue emozioni si manifestino nel corpo. Il corpo è quindi il luogo di quel sentire che tutti i giorni sperimenti nelle situazioni di vita più disparate.

Prestando più attenzione ai messaggi del corpo, possiamo essere più consapevoli del rapporto che abbiamo con esso. Nella quotidianità parliamo spesso del corpo, ma siamo ossessionati dai modelli di bellezza corporea che ci vengono propinati dalla televisione e dalle riviste patinate. L’esagerata attenzione al corpo ci porta addirittura a modificarlo utilizzando strumenti offerti dal mercato e volti a rimuoverne i difetti, creme dell’eterna giovinezza, abbronzature artificiali e interventi estetici. Ma cambiare il corpo per conferirgli un’immagine migliore non è sufficiente a raggiungere il benessere: molto spesso alcune di queste pratiche risultano deludenti. Il bisturi della chirurgia estetica non scaccia le nostre preoccupazioni circa i difetti corporei e non rappresenta la chiave della felicità, anche perché i cosiddetti difetti corporei, tranne alcuni casi di per sé evidenti, non sono difetti del corpo, ma sono il modo in cui ci accorgiamo che non ci accettiamo come Persone. E allora il punto non è spegnere il campanello d'allarme del difetto corporeo con il bisturi, bensì imparare ad accettarci nella nostra totalità, imparare ad accettarci come un dono prezioso così come siamo.

Caro lettore, ma perché modificare il tuo corpo che è unico e prezioso come sei unico e prezioso tu? Il tuo corpo si riveste ogni giorno di nuovi significati, a partire dalla nascita, quando gli adulti che ti attorniavano erano soliti ricercare le somiglianze con i genitori e con i parenti. Il nascituro è un essere unico, ma quanto già portatore di somiglianze! Nella crescita il corpo cambierà, eccome: ci saranno sicuramente cambiamenti dolorosi, altri ti porteranno serenità, altri ancora avranno entrambi i risvolti. Nel continuo cambiamento del tuo corpo potrai seguire il cambiamento della tua anima, pur continuando tu sempre a sentirti te stesso. Per questo è importante che tu sappia gioire della tua crescita e anche del tuo invecchiamento poiché le tue rughe e i tuoi capelli bianchi sono portatori dell’esperienza che hai maturato negli anni come Persona che è vissuta in questo mondo.

Il corpo ci parla, e le sue parole sono utili per comprendere che qualcosa non sta andando per il verso giusto, per questo è importante non ignorarle. Spesso il dolore corporeo, a meno che non si imponga da solo, è sottovalutato, abbiamo tanto da fare, gli impegni quotidiani, la famiglia, il lavoro, lo studio... Se stiamo bene poi viviamo con la convinzione, più o meno consapevole, che certe malattie capitino soltanto agli altri, a noi non capiteranno mai! E quando invece ci capitano – perché ci capitano, no? – ci sembra di essere stati traditi, che il corpo ci abbia tradito. Sempre percepiamo una brusca interruzione della nostra vita, al centro della quale si situa ora improvvisamente la malattia.

La malattia come prova per eccellenza, come verifica radicale della Persona sui grandi temi del vivere e del morire: il corpo ci parla, e ci parla sempre, anche se le sue parole possono essere tremendamente difficili da ascoltare. La sofferenza tuttavia acuisce lo sguardo e ognuno di noi ha qualcosa da dire al proposito, qualche esperienza che l'ha segnato e che gli ha insegnato. Tu, caro lettore, vuoi farci dono della Tua testimonianza scrivendoci su questi temi? Le Tue parole daranno un senso alla nostra riflessione e ci incoraggeranno a proseguire.


Elisa Vigna